Trump attacca Brennan per distrarre dall’offensiva di Omarosa

Mattia Ferraresi

Cambridge, Massachusetts. Mercoledì la Casa Bianca ha notificato la revoca delle credenziali per accedere a documenti riservati a John Brennan, ex direttore della Cia, ma la nota ufficiale portava la data sbagliata, quella del 26 luglio. L’Amministrazione ha corretto in tutta fretta il comunicato e ha diramato una versione corretta. Quello che può apparire come un refuso, un errore comune e innocente in una struttura che confeziona ogni atto in modo sistematicamente pasticciato e frettoloso contiene in realtà un segno più grave: Donald Trump aveva già disposto formalmente il provvedimento punitivo verso Brennan, ma la Casa Bianca ha aspettato a renderlo esecutivo per sfruttare al massimo il potere distraente dell’annuncio.

 

Il presidente è incalzato dal più improbabile degli avversari, Omarosa Manigault, ex compagna di reality arrivata ai piani alti della Casa Bianca e poi cacciata nel disdoro, che sta apparecchiando una vendetta fatta di un libro-verità ma soprattutto di registrazioni raccolte durante il suo mandato. Ne ha già passate due ai media, una delle quali raccolta nella situation room, la stanza più schermata e sicura del pianeta, e ormai i network accompagnano i suoi appuntamenti televisivi con la dicitura: “Con una nuova registrazione”. Per coprirsi dai danni dei nastri, Trump ha ordinato così un’operazione già ampiamente pianificata che catalizza tutto lo sdegno e la rabbia degli avversari. Per sottolineare la portata del gesto, Trump ha contestualmente dato un’intervista al Wall Street Journal in cui denuncia la “caccia alle streghe deviata”. “Queste persone – ha detto Trump riferendosi a Brennan e ad altri rappresentanti del “deep state” – l’hanno guidata. Qualcosa andava fatto”.

 

Le motivazioni della decisione sfidano il senso del paradosso, con la Casa Bianca che accusa l’ex direttore della Cia di “comportamenti imprevedibili” e di un passato che “mette in dubbio la sua obiettività e credibilità”. Brennan è stato dunque spogliato dei privilegi di accesso alle informazioni riservate perché rappresenta un potenziale pericolo per la sicurezza nazionale, e il governo sta valutando l’estensione di provvedimenti simili ad altri nove soggetti, fra cui l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, Michael Hayden, Susan Rice e l’ex direttore dell’intelligence, James Clapper, il quale ha parlato di una “lista di nemici” compilata dal presidente per punire “funzionari che hanno preso decisioni che non gli piacciono. Un messaggio agghiacciante”.

 

Brennan, che ha passato una vita alla Cia ed è stato anche consigliere di Barack Obama sul terrorismo e la sicurezza nazionale, è un idolo polemico di vecchia data di Trump, che lo ha reso agli occhi della sua base come la personificazione delle forze del “deep state” che per minare la rivoluzione trumpiana hanno ordito l’inchiesta speciale guidata da Robert Mueller. Il presidente aveva minacciato in varie circostanze di togliergli la clearance, ma l’operazione è scattata quando il vociante ex funzionario ha reagito su Twitter a Trump che dava del “cane” alla ribelle Omarosa. Brennan ha scritto: “Sembra che non capirai mai cosa significa essere presidente né cosa serve per essere una persona buona, decente e onesta”. Dopo la decisione, Brennan ha alzato la posta: “Questo atto è parte di una più ampia iniziativa di Trump per sopprimere la libertà di parola e per punire i critici. Dovrebbe preoccupare in modo molto serio tutti gli americani, inclusi i professionisti dell’intelligence, sul prezzo che paga chi parla. I miei princìpi valgono molto di più delle mie credenziali. Non cederò”. Le parole di Brennan sono state accompagnate da un ampio coro di voci solidali per questo strappo utilizzato come arma di distrazione.

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