La giornata tipo della diplomazia russa, iperattiva a contrastare l’occidente

Micol Flammini

Roma. Non si perde tempo in Russia. Si agisce muovendo le pedine nel modo opportuno, aspettando che vengano le parole adatte. Se si dovesse descrivere la giornata tipo della diplomazia russa, converrebbe prendere come esempio lunedì scorso, quando, in meno di ventiquattr’ore, Mosca ha: espulso due diplomatici greci, rifiutato l’estradizione in Gran Bretagna di due cittadini russi, ricevuto un invito a Washington da un senatore americano molto amico di Trump e minacciato la Nato. La prima mossa era attesa, ma servivano le parole adatte. Atene il mese scorso ha cacciato due rappresentanti dell’ambasciata russa con l’accusa di aver tentato di interferire nella contesa sul nome con la Macedonia, e sapeva che Mosca avrebbe fatto altrettanto. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha convocato l’ambasciatore greco per comunicargli la decisione: “E’ una misura simmetrica”, ha precisato. I russi erano stati accusati di aver cercato di corrompere i funzionari macedoni e di aver fomentato manifestazioni contro l’accordo con la Grecia sul nome, lo stato balcanico ora si chiama Repubblica della Macedonia del nord. Ora che la Macedonia ha risolto i suoi problemi con i greci può aspirare a entrare sia nella Nato sia nell’Unione, ma questo è secondario per Mosca. E’ il Patto atlantico il vero tormento. Skopje è stata invitata a unirsi alla Nato durante l’ultimo vertice a Bruxelles, ma c’è un altro stato che insiste per entrare: la Georgia. Lunedì il premier Dmitri Medvedev ha dichiarato che se l’Alleanza accoglierà Tbilisi, allora le ritorsioni saranno inimmaginabili: “Porterà a un conflitto terribile” ha detto il primo ministro odiato dai russi. Ma la Georgia preme e ha già avuto dei segnali positivi. I paesi Nato sono preoccupati dalla presenza della flotta russa nel Mar Nero e permettere alla Georgia l’ingresso darebbe la possibilità di monitorare meglio la situazione.

 

Ma la diplomazia russa, in questo caso, potrebbe avere un alleato d’eccezione, il presidente americano. Trump ha già spiegato qual è la sua posizione riguardo l’ingresso nell'alleanza di questi staterelli “aggressivi”, testecalde e anche un po’ scrocconi. Parlando del Montenegro, entrato nel 2017, lo ha definito un paese “con gente forte che potrebbe diventare aggressiva e improvvisamente, complimenti, ti ritrovi nella Terza guerra mondiale” e il Cremlino, se la Nato accogliesse la Georgia, minaccia proprio questo: “ritorsioni estremamente forti”. La Russia inoltre ha un grande ascendente su una parte dei sostenitori di Trump, nonostante le indagini del procuratore speciale Robert Mueller sulla collusione tra gli uomini del presidente e i russi, c’è chi tra i repubblicani corteggia ancora Mosca e lo fa anche sfrontatamente. Lunedì, Rand Paul, senatore repubblicano, era in Russia per incoraggiare i rapporti tra i due paesi. Ha incontrato Konstantin Kosachiov, presidente della Commissione affari esteri della Camera e l’ex ambasciatore negli Stati Uniti Sergei Kislyak, una delle figure chiave del Russiagate, e li ha inviati a Washington con la promessa di bloccare le nuove sanzioni che il Senato sta votando. Per Mosca è un successo straordinario, nel giro di un mese, ben due delegazioni americane sono andate a incontrare i funzionari russi.

 

E poi c’è un altro evento che continua a tormentare il Cremlino: l’avvelenamento a Salisbury. La polizia britannica ha individuato i soggetti che avrebbero portato l’agente nervino nel Regno Unito per colpire l’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia. Con lo stesso agente sono venuti in contatto anche due cittadini inglesi, Dawn Sturgess e Charlie Rowley, lei è morta dopo alcuni giorni. Londra è pronta a chiedere l’estradizione e il Cremlino, come ha rivelato il Guardian, ha già risposto in modo negativo. Se il Cremlino è diventato un attore così importante sulla scena internazionale è perché la diplomazia russa non riposa. Sa come quando e dove colpire. Organizzata e paziente per contrastare l’occidente.

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