Perché della Primavera di Praga non è rimasto nulla . Parla Pithart

Matteo Tacconi

Praga. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto di cinquant’anni fa l’Armata rossa e gli eserciti del Patto di Varsavia, esclusi quelli albanese e romeno, invasero la Cecoslovacchia. Fu il tragico epilogo della Primavera di Praga, il processo di speranza e cambiamento apertosi nel gennaio 1968 con la nomina di Alexander Dubcek a segretario del Partito comunista cecoslovacco. Se oggi si pensa a Praga, il pensiero politico, come ha voluto sottolineare il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, mercoledì in conferenza stampa, va al populismo, al rifiuto netto dell’immigrazione. Altri erano invece i sogni, le aspirazioni che guidavano quella stessa società cinquant’anni fa. Introducendo libertà di stampa e di religione, elementi di libero mercato e possibilità di viaggiare all’estero, Dubcek voleva creare un “socialismo dal volto umano”. Leonid Breznev, il capo dell’Urss, glielo impedì con la forza. Tre mesi dopo, a novembre, annunciò che ogni altro tentativo di modificare i codici del comunismo, per come Mosca li intendeva, sarebbe stato ugualmente fermato. Un monito perentorio, che prese il nome di “dottrina Breznev” e demolì ogni residua illusione sulla riformabilità di quel sistema.

 

Dubcek è passato alla storia come un uomo di rottura, un rinnovatore. Ma all’inizio non si presentò in questa veste, rivela al Foglio l’intellettuale praghese Petr Pithart, giornalista, giurista dell’Università Carlo IV, oppositore negli anni 70 e 80, nonché premier ceco nel 1990-1992, prima del divorzio tra Repubblica ceca e Slovacchia del 1993. “Dubcek credeva nel comunismo. Non era un dogmatico, ma neanche un vero riformista, tanto che la sua ascesa al potere si spiega prima di tutto con il duro scontro tra cechi e slovacchi che all’epoca infiammava il partito. I cechi, centralisti, trattavano gli slovacchi come fratelli minori. Dubcek, che era slovacco, voleva che gli interessi di Bratislava fossero rispettati”, spiega Pithart, che al tempo della Primavera di Praga scriveva sul settimanale Literarni Noviny, noto megafono del rinnovamento.

 

Sul finire del 1967 Dubcek iniziò a manovrare per assumere la guida del partito e scalzare Antonin Novotny, un paternalista ceco, convinto stalinista, con cui era in pessimi rapporti. Riuscì nell’intento, e si diede subito l’obiettivo di riformare in senso federale lo stato per dare autonomia alla Slovacchia. Nel frattempo, però, la caduta di Novotny aveva provocato un senso di liberazione, sia nella società civile che tra i comunisti liberali. Emergeva una richiesta di cambiamento. Dubcek non voleva forzare. Ma arrivò “il miracolo inatteso”, così lo definisce Pithart, il fatto che accelerò il corso degli eventi. In quell’inizio di 1968 il generale Jan Sejna, l’uomo di Novotny al ministero della Difesa, fu accusato di corruzione. Fuggì: dalla giustizia e dal paese. Sfruttando l’immunità diplomatica per espatriare in occidente, dove offrì i propri servigi alla Cia. Pithart ricorda: “In quel momento vigeva ancora la censura. I funzionari che ne erano responsabili rimasero scioccati dal caso Sejna. Le loro convinzioni sul comunismo crollarono e decisero di far pubblicare quella notizia, che normalmente sarebbe stata insabbiata”. Potendo scrivere di Sejna, i giornali iniziarono a pubblicare di tutto e a parlare di riforme. Una cosa inedita, eccitante. “Era come essere sotto l’effetto di stupefacenti. Era un geyser della fantasia”, afferma Pithart.

  


“Dubcek e gli altri cedettero su tutto, e così facendo sprecarono l’enorme energia che c’era ancora tra la gente. I cecoslovacchi si aspettavano che provassero a salvare almeno qualcosa della Primavera di Praga. Ma non ne rimase nulla. Mi viene in mente, come immagine, un osso spolpato” 


 

La gente si fece contaminare da quel clima nuovo. “Tutti dicevano: saremo i primi al mondo a dimostrare che si può costruire un comunismo democratico”. Fu a quel punto che Dubcek dispiegò il progetto del socialismo dal volto umano, abolendo formalmente la censura e prospettando cambiamenti profondi in vista del congresso del partito, in programma a settembre. I cecoslovacchi si esaltarono ancora di più. Credevano in Dubcek, comunista mite e sorridente, e nel partito, che per la prima volta sentiva intorno a sé la fiducia delle masse.

 

Quell’euforia però non piaceva agli altri comunismi dell’est. I regimi polacco e tedesco-orientale, in particolare, temevano che l’eco della Primavera di Praga potesse destabilizzarli. Così iniziarono a fare pressioni su Breznev affinché regolasse i conti con Dubcek. E arrivò l’invasione. Dubcek e i suoi principali alleati nel partito furono sequestrati e portati in Russia. Tornarono il 27 agosto. In quei sei giorni a Praga ci fu una memorabile resistenza civile. “La gente prendeva in giro i soldati del Patto di Varsavia e li faceva perdere per le vie di Praga, fornendo indicazioni sbagliate o scambiando le insegne stradali. Ci si auto-organizzava, si agiva in modo non violento (ci furono comunque scontri e vittime, ndr). Per molte persone quelle furono giornate di libertà: le migliori della propria vita. E’ per questo che la delusione per il cedimento di Dubcek fu cocente”, dice Pithart.

 

Il riferimento è alla firma del protocollo di Mosca da parte di Dubcek e degli altri sequestrati. Il documento, siglato il 26 agosto, con il solo rifiuto di Frantisek Kriegel, che resistette con coraggio alle pressioni dei sovietici, impose la temporanea occupazione della Cecoslovacchia, il ripristino della censura e l’avvio di purghe a ogni livello. E qui, secondo Pithart, sta il grande fallimento di Dubcek. “Capisco che in quei momenti era necessario fare dei compromessi, o persino dei passi indietro, perché la Cecoslovacchia era un paese occupato. Ma Dubcek e gli altri dovevano chiedere qualcosa in cambio. Invece cedettero su tutto, e così facendo sprecarono l’enorme energia che c’era ancora tra la gente. I cecoslovacchi si aspettavano che provassero a salvare almeno qualcosa della Primavera di Praga. Ma non ne rimase nulla. Mi viene in mente, come immagine, un osso spolpato”.

 

Dopo la Primavera di Praga scattò la “normalizzazione”. Dubcek fu spedito a lavorare per il servizio forestale slovacco. Tutti gli altri riformisti uscirono di scena. Molti giornalisti, dirigenti di ministeri e fabbriche furono licenziati. Tanti altri dovettero firmare un documento di lealtà al regime. “La sconfitta era incontrovertibile, ma il modo in cui quei politici ce l’hanno fatta subire fu il peggiore possibile. Il nostro è stato un popolo piegato. Ecco perché nessuno, neanche noi oppositori degli anni 70 e 80, ha più voluto recuperare l’esperienza della Primavera di Praga”, chiosa un po’ amaramente Pithart.

 

(Ha collaborato Andreas Pieralli)

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