Nessuna toppa basta al Labour

Redazione

Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista britannico, aveva tentato, di malavoglia e con scarsa convinzione, di porre fine alle accuse di antisemitismo che da mesi colpiscono il suo partito e soprattutto i suoi fedelissimi. Venerdì ha pubblicato un editoriale sul Guardian in cui ha ammesso che il problema dell’antisemitismo dentro al Labour è reale e ha promesso che farà di tutto per estirparlo; domenica ha pubblicato un video sui social media in cui ha ribadito gli stessi concetti. In entrambi i casi, tuttavia, non ha mosso un passo per risolvere il problema. Non si è espresso sull’inserimento nello statuto del partito della definizione di antisemitismo promossa dalla International Holocaust Remembrance Alliance, una mossa che aiuterebbe a fugare molti dubbi (e a cacciare qualche parlamentare), né ha chiesto la fine delle inchieste interne contro i parlamentari laburisti Ian Austin e Margaret Hodge, entrambi parenti di vittime dell’Olocausto, messi sotto indagine dal loro partito perché hanno osato contestare la linea e protestare per le troppe sparate antisemite. Non è un caso dunque che domenica siano stati proprio i corbynisti più fedeli a lanciare l’attacco contro Tom Watson, vice leader del partito, che ha detto all’Observer che il Labour rischia di “sparire in un vortice di vergogna eterna” se non risolve in fretta e con massima severità il problema dell’antisemitismo. Immediatamente, dai ranghi corbynisti è partita la campagna #ResignWatson, culminata in questo post su Facebook di George McManus, membro della direzione laburista: “Apprendo che Watson ha ricevuto più di 50 mila sterline da donatori ebrei. Almeno Giuda si era accontentato di 30 denari”. Lo scandalo è stato tale che McManus è stato costretto a dimettersi, e Corbyn infine ha deciso di chiudere l’indagine interna su Margaret Hodge. Ma nessuna toppa è sufficiente. Il Labour di Jeremy Corbyn è infettato di antisemitismo fino alle radici.

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