E state con l’Europa

Paola Peduzzi

Per andare in Inghilterra mi basta la carta d’identità? Sì, ma per sicurezza prendi anche il passaporto. Per sicurezza? ha chiesto mia figlia, mentre infilava in valigia l’adattatore per la presa del phon, un’altra stranezza nel suo mondo in cui tutto è accessibile e armonizzato, passi il confine e non te ne accorgi, quel che funziona qui funziona un po’ ovunque, basta imparare le lingue, ma quella è la parte divertente. “Per sicurezza” perché con la Brexit non si sa mai, ho risposto distratta, pentendomi subito, perché oggi il passaporto non serve e la Brexit è prevista per il prossimo anno, c’è anche il periodo transitorio, e chissà poi che cosa accadrà. Per sicurezza lo dici quando non sei sicuro, per difenderti da quel che non sai, per poter dire: questa volta ero pronta. Anche se non lo sei, e galleggi nell’incertezza assoluta del navigare a vista, passo a passo, siamo arrivati fin qui e non sappiamo più dove andremo. Dopo tanti sfoghi di rabbia e di insoddisfazione, dopo quei voti dati d’istinto, senza interrogarci sulle conseguenze ma con l’unico obiettivo di far-sentire-la-nostra-voce, come se questa voce avesse davvero qualcosa da dire, da proporre, un sogno nuovo cui appendere le nostre ambizioni, ci ritroviamo così: impantanati nell’incertezza.

E anche se è chiaro che cosa dovremmo tenerci stretto, lasciamo che ci sfugga, combattendo ogni giorno una guerra che non abbiamo scelto, e che non cambia nulla, se non la nostra determinazione a uscirne fuori bene, da questa fotografia dell’incertezza sul futuro nostro e dell’Europa.

Ecco, siamo arrivati fin qui, ma come?

 

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Da qualche tempo i reporter internazionali hanno ripreso ad andare a Schengen: ci sono stati anniversari, mostre, ricordi, ma il motivo per cui ci vanno è lo stesso per cui il trattato sulla libera circolazione è stato firmato in questa cittadina di quattromila abitanti del Lussemburgo, ed è molto preciso. Schengen è sulle rive della Mosella: dall’altra parte del ponte più grande c’è la Germania (che prima della caduta del Muro era soltanto Germania dell’ovest), a trecento metri sulla sinistra c’è la Francia. In due minuti di auto puoi attraversare tre frontiere europee, senza controlli, senza code. Nel 1985 il primo esperimento di frontiere aperte fu organizzato qui da cinque paesi (quelli citati più Belgio e Paesi Bassi): con un adesivo verde sul finestrino potevi circolare liberamente. L’Europa di Schengen sarebbe nata dieci anni dopo, oggi comprende ventisei paesi, ed è stata una rivoluzione per il popolo europeo: 500 milioni di persone possono lavorare, viaggiare, vendere, comprare, andare in vacanza liberamente su un’area di 4,3 milioni di chilometri quadrati, che si dà il caso sia anche prospera, pacifica e bellissima.

 

 

Alcuni studi spiegano come sarebbe l’Unione europea se tornassero i confini. L’autarchia di uno impatta su tutti gli altri

L’Università di Lund, in Svezia, ha pubblicato uno studio nel 2016 in cui ha analizzato gli effetti del trattato di Schengen sui commerci: dal 2016 a oggi l’Europa è parecchio cambiata, ma lo studio è interessante perché comprende il 2015, che è l’anno in cui abbiamo iniziato a mettere in discussione le frontiere aperte a causa degli attacchi terroristici e soprattutto del flusso enorme di immigrati – dal 2015 è stata applicata da alcuni stati dell’Unione europea una clausola del trattato che prevede la chiusura “temporanea” delle frontiere interne all’Unione europea. Stando ai dati, ogni giorno in media tre milioni e mezzo di persone attraversano un confine interno per andare a lavorare, in vacanza o a trovare amici e parenti; i trasporti di merci sono stimati in 57 milioni ogni anno per confine. Il valore degli scambi dettati dalla mobilità delle persone e delle merci tra paesi che appartengono all’area Schengen è aumentato del dieci per cento ogni anno dal 1985 al 2011. Al contrario, una chiusura delle frontiere interne porterebbe a un danno che la commissione europea, nel 2016, ha stimato in una forbice compresa tra l’1,7 e i 7,5 miliardi di euro ogni anno. Alcuni esperti hanno analizzato alcune frontiere specifiche. Per esempio: che cosa succede se chiude le porte la Francia, cosa che già in parte accade in seguito agli attentati terroristici? Se i controlli alla dogana durano 30 minuti il costo totale stimato è di 62 milioni di euro l’anno, se la coda dura un’ora il costo raddoppia. La stima è costruita sulla base di un’ipotesi molto forte, cioè che il numero di auto e camion in transito resti inalterato, ma andate a chiedere ai belgi com’è andare in Francia oggi: ti passa la voglia di fare l’autostrada.

 

Lo stesso esito hanno gli studi svolti sul confine tedesco, con ripercussioni non soltanto sulla Germania ma anche su tutti i paesi che commerciano con la Germania: l’autarchia di un paese impatta su tutti gli altri. Se consegno un prodotto deperibile, ogni minuto perduto rende meno buono il mio prodotto, i costi di consegna aumentano perché gli autisti vanno pagati per più tempo (e portano comunque la stessa quantità di merce), e a un certo punto l’analisi costi-risultati dirà banalmente che quella consegna non è più conveniente. Stiamo diventando una società che vorrebbe governare il mondo, o almeno il proprio piccolo mondo, dal divano di casa, animali da tastiera cresciuti nell’ambizione dell’on demand perfetto, voglio questo e lo voglio subito, un clic e l’ottengo, e intanto chiudiamo le frontiere?

 

La ragione principale alla base del progetto europeo è la più facile, ancorché la più inattuale: stare insieme ci ha semplificato la vita

C’è una contraddizione esistenziale forte nella pretesa di innovazione consumata in un paese che si chiude ai suoi vicini, e questa contraddizione ha a che fare con la trasformazione dell’idea che abbiamo di Europa. Il mercato grande e condiviso ha reso più semplici i commerci, ha fatto diventare l’Ue un interlocutore imprescindibile a livello globale, ha abbassato le tariffe telefoniche, aeree, energetiche, assicurative, ha aumentato la qualità e l’accessibilità dei prodotti, ci ha fatto studiare, viaggiare, innamorare, ci ha fatto dimenticare che cos’è una coda alla dogana o all’ufficio cambia-valute. La ragione principale alla base del progetto europeo è la più facile, ancorché la più inattuale: stare insieme ci ha semplificato la vita.

 

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Negli ultimi mesi gli inglesi, che hanno invece deciso che la vita sarà più semplice una volta che si sarà spezzato il legame con l’Unione europea, si sono tormentati con la frontiera nordirlandese, cioè sulla creazione di un confine che non esiste dal 1993 (il Regno Unito entrò nel consesso europeo nel 1975, allora i sì all’ingresso furono 17 milioni, più del doppio dei no, che furono 8 milioni, ma la violenza dei Troubles nell’isola irlandese impose ancora per molto tempo i controlli tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord). I dettagli tecnici sono molti, complicati e noiosi, ma il dibattito è interessante per chi insiste nel rimettere i confini laddove non ci sono da tempo.

 

 

Il confine in questione è lungo quasi cinquecento chilometri e dal 1993 non ci sono poliziotti e controlli: passando dal nord alla Repubblica d’Irlanda i cartelli indicano le distanze in chilometri e non più in miglia, ed è questo l’unico segnale immediato del fatto che sei entrato in un altro stato. Il confine invisibile è stato possibile dopo che sono stati siglati gli accordi

Dopo la Brexit gli inglesi dove metteranno la propria frontiera a ovest? Tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord o in mezzo al canale di San Giorgio? Basta che non si veda troppo, dice Londra, che vuole “prendere indietro il controllo” e intanto pretende di avere frontiere invisibili, cioè senza controllo

di pace del 1998 – sono scomparsi del tutto i controlli – e da allora il traffico è aumentato di continuo: ogni giorno 30 mila persone passano il confine per andare a lavorare. L’economia nordirlandese dipende dalle esportazioni del settore agro-alimentare e la maggior parte di queste (valgono 1,15 miliardi di sterline) va in territorio europeo. Le strade a due carreggiate – un lusso da queste parti, finanziato naturalmente dall’Unione europea – sono attraversate da migliaia di persone, auto, camion e animali ogni giorno: il 40 per cento degli agnelli allevati nel nord viene trasferito al sud per la lavorazione del latte e della carne e vale un terzo della produzione di latte dell’Irlanda del nord. Il settore manifatturiero più importante del nord è quello del cibo e delle bevande che dà lavoro a un irlandese ogni dieci. Soltanto tre catene di supermercati riforniscono il nord, Tesco, Asda e Sainsbury’s, che rappresentano il 70 per cento delle vendite di prodotti alimentari, e che garantiscono un flusso ininterrotto di cibo fresco dal continente verso il Regno Unito. Una dogana tra Irlanda del nord e Repubblica d’Irlanda comporterebbe un danno economico molto grande, circolano stime molto differenti a seconda dei parametri considerati, ma anche i sostenitori della Brexit dicono: è un numero grande. Per questo si parla di un confine supertecnologico che cerchi di replicare l’invisibilità attuale. Ma un controllo è un controllo: ha bisogno di tempo. Si può provare a contenerlo, questo tempo, ma non potrà essere pari a zero, come è oggi.

 

L’alternativa è porre il confine da un’altra parte, cioè in un punto del canale di San Giorgio, quel pezzo di mare che divide l’isola irlandese e la Gran Bretagna. Ma al momento non esistono infrastrutture adatte a gestire nemmeno le questioni prioritarie, come le 680 mila tonnellate di cibo che ogni anno attraversano il canale e che rappresentano un altro 40 per cento delle esportazioni agro-alimentari dell’Irlanda del nord. C’è anche un dettaglio politico non piccolo: questo confine escluderebbe di fatto l’Irlanda del nord dal Regno Unito, sarebbe una separazione accidentale ma inevitabile, il Regno Unito che non è più unito, l’Union Jack senza la croce rossa di San Patrizio. Dopo esser sopravvissuti con parecchi acciacchi al referendum scozzese, ecco che arriva la Brexit a spaccare tutto, beffa indicibile. Non è un caso che il piccolo partito nordirlandese che tiene su il governo di Theresa May al Parlamento britannico sia straordinariamente contrario al confine in mezzo al mare (è un partito a favore della Brexit, anche se in Irlanda del nord il no al divorzio ha vinto con il 56 per cento dei voti) e non è un caso che, ogni volta che si affronta la questione, la May ricordi che come prima cosa deve salvaguardare “l’integrità territoriale” del paese che governa.

 

Non è ancora chiaro come e se Londra riuscirà a trovare un accordo con Bruxelles sul confine nordirlandese, ma questo piccolo spicchio di Europa, con i suoi negozietti meravigliosi che spesso si chiamano “Borderland”, è un assaggio di come si trasforma la politica quando viene assalita dalla quotidianità. Sarebbe molto chiaro, semplice e liberatorio per il governo inglese seguire la linea dell’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale senza continui sobbalzi, ripensamenti, precisazioni: il popolo inglese vuole questo divorzio, l’ha votato a maggioranza, diamoglielo. Ma poi bisogna spiegare che la vita quotidiana sarà più complicata, che ci vorrà più tempo per viaggiare, che ci saranno molti moduli da riempire per le merci e sportelli in cui litigare perché manca la firma giusta, e che per quanto si possa contare sulla tecnologia, sui famigerati robot che rubano il lavoro o sono indispensabili a seconda dell’umore, il confine non sarà più invisibile. Su questo almeno l’Unione europea ha le sue ragioni, al di là dei toni inutilmente punitivi che spesso utilizza: perché Londra vuole un confine per “prendere indietro il controllo” e poi lo pretende invisibile, cioè senza controllo?

 

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Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi due anni di pre Brexit è che buona parte dei vantaggi del progetto europeo è stata dimenticata o data per scontata: ci siamo abituati alla vita semplice e poi, come nei migliori matrimoni, ci siamo annoiati. Ridateci la passione dei primi mesi, le farfalle nella pancia: c’è chi sostiene che il motore della Brexit non siano stati immigrazione, insofferenza, paura, ma la noia. In cerca di nuove avventure e del cambiamento rispetto a un paradigma mediamente funzionante, gli inglesi si sono infilati in una storia degna di “Attrazione fatale”. Ma la noia ha colto anche noi continentali, noi europeisti più o meno consenzienti, che così abbiamo perso la voglia di attirare nuovi paesi verso di noi: l’insoddisfazione ha fatto da scudo. Se provi a parlare di allargamento oggi, intorno vedi soltanto occhi rovesciati all’indietro: è come chiedere di portare i cugini acquisiti al cenone di Natale. Facciamo già fatica noi a stare insieme, non c’è posto per altri.

 

 

 

Buona parte dei vantaggi dell’Europa è stata dimenticata o data per scontata. Alcuni dicono che il motore di questo cambiamento distruttore sia la noia, addirittura. Ma intanto abbiamo perso la capacità di attrazione che ha fatto grande il progetto europeo

Il posto in realtà c’è, l’invito l’abbiamo fatto noi, promettenti: Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia e Albania sono in coda dal 2013, la Turchia ha iniziato il corteggiamento nel 2005, ora meno se ne parla meglio è. Spesso questi paesi temono che il momento d’oro sia passato, c’è un detto che hanno riportato alcuni giornalisti che dice: gli albanesi contano di entrare nell’Ue sotto la presidenza turca, i turchi contano di entrare sotto la presidenza albanese. Significa che non entrerà mai più nessuno. Per molti anni l’allargamento è stato il simbolo del soft power europeo, la grande differenza tra l’Ue e il resto del mondo: ci allarghiamo non perché invadiamo territori altrui (questo è il metodo putiniano) o perché decidiamo che alcune terre sono nostre (questo è il metodo preferito nel sud-est asiatico) ma perché molti ci chiedono di stare con noi. Lo vogliono loro. Ci sono nazioni disposte a riforme dolorose per poter partecipare alla vita europea, perché a differenza nostra ne vedono ancora i vantaggi.

   

Stiamo diventando una società che vorrebbe governare il mondo, o almeno il proprio piccolo mondo, dal divano di casa, animali da tastiera cresciuti nell’ambizione dell’on demand perfetto, voglio questo e lo voglio subito, un clic e l’ottengo, e intanto chiudiamo le frontiere?

 

La Grecia con la sua corsa spericolata sul ciglio dell’Unione europea è stata rivelatrice: ha eletto un governo radicale con l’unica missione di cambiare il paradigma europeo, ha denunciato le minacce e le imposizioni, ha messo i baffi nazisti alla cancelliera tedesca, ha detto di no alle richieste della Troika, ha organizzato un referendum per poter dire ancora una volta: il popolo greco sta dalla mia parte, l’ha vinto e quattro giorni dopo è andato a Bruxelles e ha accettato le condizioni europee per il salvataggio. Alexis Tsipras, premier greco, non aveva affatto l’aria di un politico domabile, con quella volontà popolare mezza rivoluzionaria a dargli la forza che i tecnocrati europei non avranno mai, ma di fronte all’assalto della quotidianità ha ceduto anche lui: l’inevitabilità non c’entra, come non c’entrano le presunte clausole capestro che l’Ue infliggerebbe ai suoi membri per tenerli attaccati a sé. C’entra la quotidianità, la vita di tutti i giorni, la possibilità di smaltire i rifiuti in un paese vicino, di comprare giocattoli che hanno standard di sicurezza che non esistono fuori dal confine europeo: di avere una vita più semplice. E’ questo il motivo per cui ci sono persone e stati che sono disposti a ogni sacrificio per poter stare dentro all’Ue. Quando Angela Merkel, che è nata e cresciuta nella Germania dell’est, ricorda di aver vissuto con un muro davanti agli occhi e di non volerne mai più vedere un altro in costruzione sintetizza l’aspirazione di chi vuol far parte dell’Ue: se sai che al di là di quella frontiera la vita è semplice, e la tua non lo è affatto, o lo è di meno, tenderai a voler andare di là. Il prezzo spesso non lo decidi tu, ma non importa: vorrai andare di là. E’ per questo che sul fronte est dell’Europa molti paesi aspettano in coda di entrare nell’Ue e addirittura nell’euro: perché qui si sta bene.

 

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Se c’è una parte dell’Ue che è cambiata tanto negli anni Duemila è il fronte est. C’è un uomo che rappresenta questo stravolgimento: ha ottantotto anni, è ungherese di nascita, naturalizzato americano, è tra i più ricchi del mondo e si chiama George Soros. Soros è nato a Budapest nel 1930 in una famiglia ebrea benestante, gli Schwartz, che cambiarono il cognome nel 1936 scegliendo una parola palindroma che in ungherese significa “successore” e che oggi, in questa stagione di sospetti a ogni sillaba, è al centro di svariate teorie del complotto.

 

Steve Bannon apre un ufficio a Bruxelles per esportare in Europa la rivoluzione trumpiana. Così lo scontro alle europee del prossimo anno sarà ancora più definito, e la conta rischia di essere brutale. Ma ci sono alcune perplessità sullo sbarco di questo regista nazionalista senza finanziamenti

Soros è sopravvissuto alla guerra fingendosi cristiano e poi dopo, nel 1945, alla battaglia di Budapest. Due anni più tardi è scappato dal regime comunista ed è arrivato in Inghilterra, dove ha studiato, ha avuto qualche vicissitudine lavorativa che ricorda “tristissima”, ed è infine entrato a lavorare in banca. Tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti Soros ha costruito una fortuna, con scorribande speculative che vengono raccontate nei libri di storia – soprattutto quelli inglesi: una sua speculazione sulla sterlina, nel 1992, causò il più grande choc valutario della storia recente del Regno – e con quella spocchia che, sommata alle tante irresponsabilità che abbiamo visto accumularsi sotto ai nostri occhi negli anni di crisi, oggi fa dire alla gran parte di noi che chi è ricco è cattivo.

 

Ma se parlare bene della ricchezza è diventato imbarazzante come ammettere di guardare film porno, il motivo per cui Soros è diventato l’uomo nero non ha a che fare semplicemente col fatto che è ricco. Il problema è che parte della sua ricchezza Soros l’ha investita in cause anticomuniste e liberali, finanziando rivolte, rivoluzioni o tentativi di in tutto il mondo ex sovietico. Ogni volta che ha sentito un qualche sussulto di libertà in paesi abituati alle dittature, Soros ha messo dei fondi per coltivarlo.

 

 

 

E’ chiaro che gli autocrati e soprattutto la Russia non l’abbiano mai amato, ma gli anticomunisti sì, lo hanno elogiato, seguito, ammirato: il contagio democratico ha avuto per molto tempo un fascino irresistibile. Anche questo è sfumato, e la contraddizione sta nel fatto che è sfumato laddove era più forte, cioè nelle destre europee che nascono, per l’appunto, anticomuniste. Soros è diventato innominabile, riesce ad attirare le accuse di antisemiti, anticapitalisti, antiliberali, antioccidentali, putiniani, trumpiani, brexitari. Tutto da solo: è quasi record. Di certo è lo specchio in cui l’Europa si riflette ormai ogni giorno: in Ungheria, il premier Viktor Orbán, che pure nasce come un liberale anticomunista, ha messo in campo tutta la sua forza politica per denigrare e annichilire l’operato di Soros.

 

A lungo abbiamo pensato, attacco dopo attacco, che si trattasse di una campagna di “character assassination” e ce ne siamo infischiati: Soros ha comunque l’aria (e la storia e il patrimonio) di uno che sa cavarsela benissimo da solo. Ma persi nella propaganda, non ci siamo accorti che quel che è stato fatto a Soros è stato fatto ai moderati e ai liberali di tutto il continente: nel pacchetto “anti Soros” che è stato approvato al Parlamento ungherese, ci sono delle clausole che definiscono una visione del mondo e che spiegano come abbiamo fatto ad arrivare fin qui. C’è lo straniero da tenere lontano, perché diverso e pericoloso, e c’è il reato di propaganda di chi dà un’immagine positiva dell’immigrazione.

 

Ci sono sempre più somiglianze ideologiche tra la Linke tedesca e l’Afd xenofoba, tra il laburista inglese Jeremy Corbyn e i falchi della Brexit, tra la sinistra radicale del francese Jean-Luc Mélenchon e la galassia lepenista. Le coordinate sono le stesse, tra antieuropeismo e nazionalismo economico

Tito Boeri andrebbe in galera, insomma, cosa che a buona parte del nostro governo risolverebbe molti problemi, e non importa se ci sono dei dati, del fatti, del trend storici, delle progressioni statistiche: l’immigrazione non può essere buona. Lo dicono compatti molti leader dell’est europeo, che pure non vedono immigrati se non di paesi confinanti da tempo, lo dicono i partiti xenofobi ringalluzziti da una popolarità insperata, lo dice anche Donald Trump, che quando può mettere zizzania diventa felice, un bambino monello sciaguratamente alla guida della più grande democrazia del mondo: “Gli europei farebbero bene a stare attenti – ha detto il presidente americano durante la sua ultima, turbolenta missione europea a inizio luglio – l’immigrazione sta cambiando la loro cultura”. Invece che lavorare su un’accoglienza controllata, su un’integrazione efficace, invece che combattere l’estremismo religioso e culturale di chi vuole privarci delle nostre libertà offrendone ancora di più, di libertà, vince la repulsione: non c’è posto, e se anche ci fosse non arriverete, voi stranieri, ad alterare il nostro modo di vivere (che quindi, viene da dire, non è poi così brutto).

 

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Steve Bannon, ideologo trumpiano caduto in disgrazia alla corte di Washington e soprattutto presso la famiglia che più ha finanziato l’ascesa di Bannon, i Mercer, ha deciso di esportare in Europa la sua rivoluzione nazionalista e identitaria. Vuole essere l’anti Soros, giusto per ricordarci quali sono i riferimenti, e i nemici. Con un ufficio di una decina di persone a Bruxelles, Bannon vuole creare una federazione di partiti antieuropei e organizzarli in vista delle elezioni europee della primavera del prossimo anno: quella sarà l’occasione di contarsi, europeisti di qui e tutti gli altri di là. Lo sbarco di Bannon ha creato un certo scompiglio perché è evidente che il vento dell’incertezza è propizio per tutti i partiti e i movimenti che predicano una rottura del sistema predefinito, a livello nazionale e naturalmente a livello europeo: l’arrivo di un regista di una certa esperienza potrebbe essere decisivo. Per di più Bannon non ha mai posto questo scontro in termini puramente politici: nelle interviste e negli incontri che ha tenuto nell’ultimo anno in Europa, ha sempre ribadito che il suo obiettivo è organizzare una rivoluzione culturale. Il modello neoliberale e globalista è fallito ed è necessario rimpiazzarlo non con qualche correzione qui e là, ma con un ribaltamento, un’altra visione che riporta al centro lo stato-nazione e l’identità del suo popolo. Tutto quel che è contaminazione è pericoloso e va contenuto: o meglio, combattuto.

 

Se Bannon avrà successo lo scopriremo entro il prossimo anno, ci sono già molti scettici anche nel campo dei partiti federabili, che più che un regista avrebbero bisogno di finanziamenti: proprio quelli che mancano a Bannon. Ma certo la volontà di creare un nuovo centro in Europa non ha soltanto a che fare con la necessità di Bannon di costruirsi una nuova vita fuori da quell’America che lo ha espulso: la convergenza di alcune ideologie e di alcuni obiettivi esiste già, e non riguarda soltanto le destre, come dimostra il nostro governo giallo-verde. Ci sono sempre più somiglianze ideologiche tra la Linke tedesca e l’Afd xenofoba, tra il laburista inglese Jeremy Corbyn e i falchi della Brexit, tra la sinistra radicale del francese Jean-Luc Mélenchon e la galassia lepenista.

 

Le coordinate sono le stesse: l’antieuropeismo, l’ambivalenza o l’ostilità nei confronti dell’immigrazione, l’antisemitismo sempre meno velato, il nazionalismo economico e l’indulgenza se non proprio l’ammirazione nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Se in mezzo ci si mette l’America di Donald Trump il quadro è completo: il presidente americano alterna abbracci ad accuse, infila dazi e li sospende, rafforza la Nato in chiave antirussa ma sculaccia gli alleati europei scrocconi, si piega a Putin salvo poi passare i sei giorni successivi al loro incontro a ripetere “intendevo un’altra cosa”, accoglie la leadership di Bruxelles con tweet infuocati salvo poi concedere agli europei un accordo che congela le minacce protezioniste più efferate. Trump procede per colpi di scena, è la sua maniera di gestire la politica, ma non sfugge il fatto che ci siano dei fili rossi precisi nel suo operato e che sono ispirati da una nuova visione ben poco liberale sul commercio e sull’immigrazione. E che il punto di caduta è esattamente qui, nel nostro cuore europeo.

 

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In questi ultimi giorni nel Regno Unito si è parlato soltanto di ammucchiare beni di prima necessità, per sicurezza. Il governo inglese si prepara ai prossimi mesi decisivi di negoziato con l’Unione europea, ma per sicurezza i cittadini devono avere le dispense piene di medicinali e di cibo, perché se poi l’accordo non si trova e il divorzio diventa una porta sbattuta, il governo potrebbe non essere in grado di gestire il movimento dei rifornimenti. Ci si prepara al peggio sperando di ottenere il meglio, la politica questo fa, ma il Regno Unito non è pronto per la seconda fase del “progetto paura” e soprattutto non è pronto a sentirsi dire che “è rassicurante” sapere che il governo si sta attrezzando per ogni eventualità. Le catene dei supermercati ridicolizzano il governo inglese, nessuno ci ha mai detto di aumentare le scorte, dicono, mentre circolano i piani di riconversione dell’autostrada 26, nel sud-est dell’Inghilterra, che potrebbe diventare un grande parcheggio di camion per cercare di contenere le code che si formerebbero con i rallentamenti al porto di Dover: di qui passano ogni giorno 10 mila camion, il 40 per cento del cibo consumato nel Regno è d’importazione.

 

“Per sicurezza” non ha nulla di rassicurante, è il segnale che l’incertezza è governata male. “Quando la generazione che è sopravvissuta alla guerra non sarà più con noi – ha detto Angela Merkel nella sua conferenza stampa dell’estate, una boccata d’aria fresca in una stagione di proclami cupi – scopriremo se abbiamo davvero imparato dalla storia”. La cancelliera tedesca ricorda sempre che è bene stare all’erta, se ti dimentichi come le hai conquistate, le tue libertà, finisci per non saper più quanto sono preziose. Anche il presidente francese Emmanuel Macron rifiuta l’appartenenza a una generazione di “sonnambuli” che, per distrazione e o per noia, si scordano di difendere quel che hanno.

 

Dire “per sicurezza” annulla la capacità di avere una prospettiva: non serve portare il passaporto a Londra e nemmeno l’adattatore, ché ormai trovi prese Usb ovunque, serve semmai sorridere di come ci siamo trasformati e di quel che non cambia mai, è il bello di essere diversi ma uniti, con gli inglesi che mettono ancora il ketchup sulla pizza e che dopo qualche giorno di caldo ripetono seri: “Mi manca l’ombrello”. La convivenza ci rende forti e curiosi, l’incertezza si combatte con leader che sono rassicuranti per davvero, che semplificano la vita, andrà tutto bene e saremo ancora insieme, la dispensa può anche essere vuota perché non rinunceremo a quel che abbiamo costruito in questi decenni: ti porto fuori a mangiare, non ti addormentare proprio adesso.

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