Lezioni dal Venezuela per l’Italia del cambiamento

Alberto Bisin*

Senza nessuna intenzione di tentare un commento generale sulla drammatica situazione economica del Venezuela, che richiederebbe ben più spazio e maggiori conoscenze da parte mia, si possono offire solo due brevi considerazioni. La prima è che se la postura del presidente Nicolás Maduro e del suo governo davanti alla iperinflazione che sventola il suo paese è tragicomica, la realtà è invece davvero tragica, ma di una tragedia annunciata e annunciabile. Il Venezuela di Hugo Chávez e poi di Maduro ha seguito riga per riga il copione del populismo di stampo latino-americano, che motivato da una necessaria lotta alla povertà, si manifesta attraverso redistribuzione inefficiente, nazionalizzazioni, riforme autocratiche, spesa pubblica incontrollata, corruzione, e stampa di moneta a volontà.

 

Qualunque economista che non abbia voluto nascondere la testa sotto la sabbia ideologica avrebbe potuto annunciare dove conduce questa strada, in teoria e nella pratica storica e corrente. Purtroppo questa annunciazione è stata coperta dal vocale supporto di gran parte dei commentatori che hanno abbracciato prima Chávez e poi Maduro, in un impeto di “prima la politica, basta conti della serva” e di “dagli al neoliberismo”, in un afflato di entusiasmo giovanile alla ricerca del nuovo Fidel. E’ importante ricordare questi impeti e afflati, non tanto per segnare una vittoria dell’economia come disciplina (un po’ anche, lo devo ammettere), ma soprattutto perché la passione per questo populismo ha le stesse radici e le stesse forme della passione odierna per il “sovranismo”: la ricerca di una soluzione semplice e indolore per un problema complesso, che finisce spesso per prendere le forme di una “moneta filosofale”, con un capro espiatorio a cui addossare il proprio fallimento economico (i gringos o i tedeschi).

 

Il secondo commento è più tecnico, economico, ma anch’esso lega la situazione del Venezuela al sovranismo di moda oggi in Italia e non solo. L’iperinflazione che attanaglia (e affama) il Venezuela è il risultato di un meccanismo ben noto. Creare moneta permette al governo di ottenere beni e servizi necessari, di pagare salari ai dipendenti pubblici, di comprare supporto politico e di oliare i propri meccanismi corrotti. Ma quando c’è tanta moneta in circolazione, il suo valore in termini di beni di consumo si riduce. I salari reali scendono perché i prezzi salgono. La sola capacità di creare moneta senza limiti, quindi, in un contesto istituzionale come quello venezuelano e nel mezzo di una crisi economica, ingenera aspettative di ulteriore stampa di moneta, aumento dei prezzi in anticipo, ulteriore stampa … e quindi una spirale inflazionistica.

Per questo motivo ora Maduro cerca di legare la moneta al petrolio che il paese possiede. Cioè abbandona in principio la fiat money. Dice: se non vi fidate della mia moneta, vi do petrolio, a cambio prefissato. In questo modo si vincola a non stampare moneta in futuro: se la moneta perde valore chi la possiede chiederà petrolio. Lo fa creando una nuova valuta,  il “Petro”, con una mossa confusa, un trucco, apparentemente. E poi il petrolio non è facilmente appropriabile, chi lo tira fuori di terra? Maduro vuole capra e cavoli: i vantaggi di un vincolo senza perdere realmente il potere di creare moneta.  In questi termini, la nuova politica monetaria non avrà successo. 

Ma il punto fondamentale è un altro. Lo si può ripetere in altra forma, in caso fosse poco chiara la relazione col sovranismo nostrano: è proprio la sovranità monetaria che sta azzoppando il Venezuela di Maduro. Egli   è costretto ad abbandonarla per fermare le aspettative di inflazione: il sovranismo lo ha portato alla perdita di sovranità monetaria. Storicamente questo in America Latina ha significato “dollarizzazione”, ma per motivi politico-ideologici legare la propria valuta al dollaro non è una strada che Maduro può seguire. Di qui la pagliacciata del “Petro”, con retorica blockchain che suona tecno-rivoluzionaria e a cui c’è pure chi abbocca alle nostre latitudini.

 

Ovviamente quella venezuelana è una situazione istituzionale estrema, ma in forma più leggera le banche centrali di tutti i paesi sviluppati hanno “divorziato” dai propri governi negli anni ’70 per la medesima ragione, per poter garantire indipendentemente dal ciclo politico la stabilità del valore della moneta.

E questa è anche la ragione per cui l’Italia è entrata nell’euro, perché la sua debole struttura politico istituzionale l’avrebbe portata a deficit e monetizzazione (così si pensava allora). Oggi la struttura istituzionale è se possibile peggiore: il programma di governo è irresponsabile in termini di spesa, tanto che l’unica opzione di realizzarlo è attraverso Eurexit e monetizzazione del debito (questo sono i “Minibot”), appunto. L’Italia non è né sarà il Venezuela, ma il cuore del problema economico del sovranismo monetario è lo stesso: una banca centrale che dipende dal governo porta a instabilità monetaria, soprattutto in un sistema istituzionale che favorisce l’irresponsabilità fiscale.

 

*Economista, New York University

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