Uccisi tre giornalisti nella Repubblica centrafricana

Micol Flammini

Roma. Russofobia e russofilia a confronto. Ragionare di Russia, parlare di Putin sembra ormai impossibile senza esprimere esaltazione o terrore. Intanto, mentre Stati Uniti e Unione europea scelgono se sedersi dalla parte dei russofili o dei russofobi in base a questa dicotomia ci si indebolisce, il Cremlino coltiva anche altre amicizie. La Russia è in Africa da anni e lì non cerca materie prime o pozzi di petrolio, ma capitale umano. Questo è quello che fa in Nigeria, Kenya e Repubblica centrafricana, dove sono stati uccisi martedì tre cittadini russi. Un giornalista, un regista e un cameraman. Orkhan Dzhemal, Aleksandr Rastorguev e Kirill Radchenko.

  

Personaggi molto conosciuti in Russia. Nella storia della morte dei tre si concentrano tutti gli scandali di Mosca: l’Ucraina, le truppe mercenarie, il cuoco di Putin e persino Mikhail Khodorovski, magnate russo del petrolio, oppositore del Cremlino in esilio a Londra. Rastorguev, Dzhemal e Radchenko erano in Repubblica centrafricana per girare un documentario, finanziato da Khodorovski, sulla Wagner, la compagnia di mercenari sostenuta economicamente da Yevgeny Prigozhin, conosciuto come il cuoco di Putin. Che Prigozhin stesse spostando i suoi interessi dal medio oriente – dove il magnate a capo della società Euro Polis ha un accordo, confermato anche dall’ambasciatore siriano a Mosca, con il governo siriano per proteggere i pozzi di petrolio e ottenere in cambio il 25 per cento dei proventi – all’Africa era una notizia che circolava sui giornali russi da alcuni mesi. I tre cittadini russi cercavano le prove dell’attività di questo esercito parallelo di una Russia sotterranea, che sembra avere anche un presidente alternativo, ma molto vicino al Cremlino: Yevgeny Prigozhin.

      

Dzhemal era un giornalista esperto di islam radicale, di Caucaso e studiava le mosse dei contractor sin dalla loro comparsa in Ucraina, dove inizialmente Progozhin finanziava i separatisti del Donbass per poi decidere di mettere su il suo esercito, attività che univa alla fabbrica dei troll di San Pietroburgo, la Internet research agency artefice delle interferenze nelle presidenziali americane. La missione russa in Africa non sarebbe paragonabile però né a quella in medio oriente, non è lì per sfruttare le risorse del territorio, né a quella in Europa o negli Stati Uniti, non ha interesse a interferire nella politica. La Russia sarebbe lì con un progetto a lungo termine, per creare la nuova classe dirigente, formare truppe, insomma russizzare il capitale umano approfittando dei vuoti di potere. Secondo un’inchiesta di Kommersant, Prigozhin avrebbe anche progettato di mandare degli aspiranti politologi africani a studiare in Russia per farli tornare in prossimità delle elezioni, secondo una strategia che Mosca utilizzava sin dalla Guerra fredda. Era stato il governo francese il primo a osservare con preoccupazione la presenza di truppe di Mosca irregolari nella Repubblica centrafricana. I russi inizialmente avevano ottenuto il via libera dall’Onu per portare nella regione armi di piccolo calibro e istruttori che insegnassero a usarle. Per più di sei mesi, Mosca ha mantenuto una presenza militare costante nella Repubblica centrafricana, un paese in cui dal 2013, in seguito al rovesciamento dell’ex presidente François Bozizé, continuano gli scontri e gli attacchi sferrati contro i Caschi blu. L’operazione russa però deve essersi spinta oltre, e insieme ai militari sarebbero arrivati anche i mercenari e dei consulenti che lavorerebbero con il presidente Taoudera, che tra le sue guardie del corpo avrebbe anche quaranta russi.

      

I tre cittadini russi sono stati uccisi da dei ribelli mentre tornavano dalla città di Sibut, a 200 chilometri dalla capitale, dove gli istruttori di Mosca da gennaio addestrano ed equipaggiano le forze armate nazionali. Aleksandr Rastorguev, Orkhan Dzhemal e Kirill Radchenko sono stati uccisi a un posto di blocco, tornavano da delle riprese, erano stati nei posti in cui opera no le truppe mercenarie della Wagner, e la loro attività non doveva essere ben vista. Dzhemal era un giornalista di inchiesta, amava intrufolarsi in tutte le malefatte del Cremlino, guerre mercenarie incluse. E poi c’è Mikhail Khodorovski, l’oligarca dissidente, ex proprietario della Yukos, compagnia petrolifera rilevata da Rosneft. Khodorovski ha molti conti in sospeso con Putin, fu condannato nel 2010 per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro. Secondo molti osservatori non era vero, il presidente voleva soltanto liberarsi di uno degli uomini più potenti della Russia, uno dei pochi oligarchi che lo aveva contestato, che si era arricchito senza il suo permesso.

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