In vantaggio in Libia

Daniele Raineri

Roma. Sono lontani i tempi (l’anno scorso) in cui il Movimento cinque stelle chiedeva il ritiro dell’ambasciatore Giuseppe Perrone da Tripoli, in nome dell’ostilità al governo di Fayez al Serraj. Ieri Perrone, che ormai dirige con polso sicuro tutto il viavai del governo gialloverde in Libia (i ministri Salvini, Moavero Milanesi, Trenta nel giro di poco meno di due mesi) era seduto al fianco dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, durante un incontro con il premier Serraj. Hanno parlato di nuove prospettive di investimento nel settore gas e petrolio e anche nel sud del paese – il Fezzan dove il controllo governativo è ancora labile. Da Washington nel frattempo arrivava il sì dell’Amministrazione Trump alla richiesta italiana di una “cabina di regia comune” per quel che riguarda il Mediterraneo e la Libia. In soldoni, l’Italia ottiene che il partner più potente si schieri dalla sua parte e dalla parte di Tripoli contro la Francia che tentava di prendersi la supremazia regionale. Il governo gialloverde corona così il progetto del governo Gentiloni, che aveva sempre cercato l’appoggio esplicito dell’America nella difficile opera di stabilizzazione della Libia e che era rimasto in sospeso dopo la vittoria presidenziale di Trump nel 2016. Washington da tempo trascurava l’area, aveva evitato di sbilanciarsi dal punto di vista delle alleanze e si era limitata a qualche missione antiterrorismo con i droni (dalla base di Sigonella, in Sicilia). Ora ha preso le parti dell’Italia e quindi anche di Serraj, che era sempre stato considerato troppo debole per prevalere sulla scena politica – ma forse sarebbe meglio dire: da gangster – della Libia.

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