L’imprevedibilità di Trump è la forza dell’Ue, anche sui dazi

Micol Flammini

Roma. Prima la stretta di mano, poi l’accordo e infine addirittura un bacio. Juncker mercoledì era arrivato alla Casa Bianca da nemico e ne è uscito da partner commerciale. In una conferenza stampa congiunta Donald Trump e Jean-Claude Juncker hanno detto di aver raggiunto un “deal” che porterà all’eliminazione progressiva dei dazi. Il presidente americano ha aggiunto che l’Unione europea importerà gas naturale liquefatto americano e soia. Se tutto dovesse rimanere così, senza colpi di scene, tweet notturni e caps lock, allora la minaccia di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Ue, che nelle ultime settimane si stava facendo sempre più concreta, sarebbe stata scongiurata e l’Europa avrebbe ottenuto la promessa più importante: i dazi sulle auto europee non saranno aumentati e Bruxelles e Washington hanno intenzione di risolvere le controversie legate alla decisione reciproca, presa lo scorso giugno, di imporre delle nuove tariffe. E’ stata una vittoria importante, forse è addirittura arrivata la pace, una pace fondamentale per l’economia dell’Unione – i dazi avrebbero avuto conseguenze disastrose per aziende e lavoratori europei – ma gli accordi si negoziano in due. Mercoledì alla casa Bianca, da una parte c’era l’Ue, dall’altra c’erano gli Stati Uniti. Da una parte c’era Jean-Claude Juncker e dall’altra lui, Donald Trump e del presidente americano l’Europa farebbe bene a non fidarsi troppo.

  

“Trump è una minaccia per l’Unione europea”, dice al Foglio Dalibor Rohac, ricercatore dell’Aei, American Enterprise Institute, think tank conservatore di Washington. “Basti vedere come si è comportato a Bruxelles durante il vertice Nato, a lui non interessa la Sicurezza europea, non interessano i patti stretti negli anni passati. Fortunatamente il suo governo è composto da persone che sono ancora legate sia all’Alleanza atlantica che ai trattati di un tempo” e quindi sono in grado di tenere alti i valori di quel sistema di alleanze e accordi che sono emersi nel Dopoguerra. “Non solo a Trump tutto questo non interessa, lui non capisce la politica portata avanti dagli Stati Uniti finora, né l’ordine che in tutto il mondo hanno costruito a partire dalla fine del Secondo conflitto mondiale. Non lo comprende, non gli piace e se potesse lo distruggerebbe subito”. Questo è un pericolo per l’Europa, spiega l’analista, autore anche del libro “Towards an Imperfect Union: A Conservative Case for the EU”, e il protezionismo altro non è la manifestazione del fastidio che il presidente americano prova nei confronti dell’ordine mondiale.

  

C’è un aspetto in questa atmosfera di sdegno nei confronti delle istituzioni esistenti, del libero mercato, della Nato che però gioca a favore dell’Europa, Donald Trump è imprevedibile certo, domani potrebbe vanificare ogni accordo preso con Juncker e nessuno forse si meraviglierebbe, ma non è uno stratega e senza strategia le guerre non si vincono: “Non è un leader organizzato e non è in grado di portare avanti una battaglia sistematica contro ciò che detesta”. “Trump ama lo show, adora dare spettacolo, vuole i titoli dei giornali tutti per sé – dice Rohac – Questa smania di apparire fa sì che non abbia una strategia, ed ecco qual è l’arma segreta dell’Europa”. Il processo estremamente razionale della diplomazia europea contro “il fuoco e la furia” trumpiani. Ma l’Unione anche al suo interno ha i suoi problemi, c’è chi entra e chi esce, chi rimane dentro nonostante tutto ma vuole farlo secondo le sue regole, è indebolita e scoprire che il suo più grande alleato e fidatissimo custode vuole farle una guerra commerciale e privarla delle garanzia di sicurezza esaspera le sue difficoltà: “L’Europa deve imparare a reagire, a non farsi paralizzare, a essere flessibile, deve capire che è solo attraverso il dinamismo che può contrapporsi alle minacce di Donald Trump. Dinamismo e flessibilità devono iniziare dall’economia”. L’Europa paga la sua incompletezza, manca un mercato comune, una difesa comune, un sistema bancario comune e la frammentarietà della sua leadership la rende debole di fronte alle decisioni di Trump. “Il presidente americano è convinto di essere un grande negoziatore, è sicuro di aver vinto la battaglia sulla Nato e quella commerciale, ma finora non è realmente riuscito a vincere nulla di concreto” spiega Dalibor Rohac. Questo accade proprio perché la politica trumpiana procede con i colpi di scena, proclami e non attraverso la strategia. Il presidente americano vorrebbe smantellare tutto, a partire dalla Nato, ma non ha l’organizzazione adatta per farlo e le persone che lo circondano non hanno le sue stesse idee. Continuerà a corteggiare i titoli dei giornali, a voler sorprendere, la pace o la tregua sui dazi potrebbe finire domani o tra un mese, ma come spiega l’analista americano, è l’Europa che deve imparare a usare questa imprevedibilità a suo favore. “Il problema per l’Ue non è Trump. Il problema è se le idee trumpiane dovessero sopravvivere all’Amministrazione Trump”, diventare quindi organizzate e sistematiche e finire così in mano a qualcuno capace di portare avanti la lotta contro l’ordine mondiale.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.