Multiculturalismo pazzo

Giulio Meotti

Roma. Ad aprile, dopo l’assassinio della cittadina francese di origine ebraica Mireille Knoll nella sua casa di Parigi, alcune personalità lanciano un appello al mondo musulmano per eliminare dai testi sacri islamici i versetti che incitano all’antisemitismo. La Grande moschea di Parigi, per bocca del suo celebre rettore Dalil Boubakeur, parla di “processo delirante” e infondato contro l’islam. Tre mesi dopo, mentre una riorganizzazione dell’islam è pianificata dal presidente Emmanuel Macron, l’imam Hassen Chalghoumi dimostra quanto pericoloso sia mettere in discussione quel tabù.

  

Chalghoumi, imam della banlieue di Drancy, ha ricevuto minacce di morte in seguito alla pubblicazione di un video in cui dialoga per strada a Parigi con il portavoce dell’esercito israeliano, Ronen Manelis. Parlano di fondamentalismo islamico, della situazione in medio oriente e Chalghoumi attacca Hamas, i Fratelli musulmani e l’Iran. Accusato di essere un “traditore” e un “sostenitore dei sionisti”, Chalghoumi è condannato a morte.

  

Poche ore dopo stavolta protagonista è un altro imam, Mohamed Tataï, a capo della nuova Grande moschea di Tolosa, la “città rosa” di Mohamed Merah, che uccise quattro concittadini ebrei nella scuola locale. Tataï è filmato mentre pronuncia un sermone in cui invoca la distruzione degli ebrei e di Israele. “Non ci sarà un ebreo dietro un albero o una pietra senza che questo albero o pietra dica: o musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo dietro di me, uccidilo”, afferma Tataï citando un versetto del Corano. Ma Tataï non si ferma qui. Commentando la decisione americana di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, Tataï aggiunge: “Israele non ci sarà più a 76 anni” (lo stato ebraico ha appena celebrato il suo settentantesimo anniversario). Sacha Ghozlan, presidente dell’Unione degli studenti ebrei di Francia, dice che “il futuro della Repubblica è in gioco quando un imam incita a uccidere gli ebrei”.

  

In un’inchiesta a firma di Hadrien Mathoux sul settimanale Marianne si legge che lo scorso 23 giugno era il grande giorno che Tolosa aspettava da tredici anni: l’apertura della Grande Moschea che può ospitare tremila fedeli. Ci sono tutti, sindaco, presidente della regione occitana, prefetto e l’imam Tataï, che parla di quel luogo di culto come di un “baluardo contro l’estremismo”. C’è anche Abouabdallah Ghulam-Allah, presidente del Consiglio islamico superiore dell’Algeria, che ha finanziato la moschea con sei milioni di euro. Il rettore della moschea di Parigi Boubakeur difende la “buona fede” di Tataï, noto per il “rispetto di tutte le comunità religiose, e in particolare della comunità ebraica”, salvo poi condannarne il sermone. Ad Algeri, il ministro degli Affari religiosi Mohamed Aïssa lo scagiona dalle “false accuse”. Sul Figaro commenta il caso Céline Pina: “La solita tolleranza per i predicatori di odio”.

  

Così va nel nostro pazzo multiculturalismo: l’imam che apre a Israele, che parla con gli ebrei, che condanna l’antisemitismo e il fondamentalismo islamico è minacciato di morte e costretto a vivere nell’ombra, scortato. L’imam che incita alla distruzione degli ebrei e di Israele cammina libero per strada. Durissimo il commento dell’imam di Nimes, Hocine Drouiche, vicepresidente della Conferenza degli imam, che questa settimana ha attaccato “i politici che vogliono formalizzare la vittoria dell’islam politico in Francia, che non nascondono il desiderio di islamizzare l’Europa gettando la nostra società in una guerra religiosa”. Poi il terribile presagio di Drouiche sul futuro dell’Esagono: “Un bagno di sangue e una guerra civile alla libanese desiderata dagli islamisti, che non smetteranno di usare la violenza quando non riusciranno più a convincere”.

L’antisemitismo è la tomba del multiculturalismo.

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