L’immigrazione non percepita

Ritanna Armeni

"Il Niger? Non lo distinguevo dalla Nigeria” confessa Edoardo Albinati, scrittore, vincitore del Premio Strega 2016 con “La scuola cattolica”. Avviene che un giorno l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu chieda a lui e alla sua compagna Francesca d’Aloja – anche lei scrittrice e regista – di fare un viaggio alla scoperta di una delle zone calde del pianeta (non c’è che l’imbarazzo della scelta), di guardare, osservare e poi, se mai, raccontare.

 

Avviene anche che Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja accettino l’invito e scelgano di andare alla scoperta del Niger, un paese che è proprio lì nel centro del continente africano, confinante con la Libia, il Mali, l’Algeria, il Burkina Faso, il Ciad, la Nigeria e il Benin, punto di incrocio e di incontro dei flussi migratori. E che ci vadano – racconta Edoardo Albinati – con quel “benefico mix di ignoranza e curiosità” che consente di scoprire senza pregiudizi e di scrivere senza remore quel che si è visto e sentito. Anche se non coincide con ciò che è stato già diffuso da mass media e social network. Anche se contrasta con le convinzioni di molti.

 

“Otto giorni in Niger” è un lungo reportage che porta i lettori in un luogo trascurato anche da chi fa informazione sulle migrazioni

Ci sono troppe cose da raccontare, troppi luoghi comuni da rovesciare, stereotipi da ribaltare o cancellare quando si parla di immigrati

Otto giorni in Niger” (Baldini+Castoldi) è il titolo del libro che hanno scritto al loro ritorno. Un lungo reportage che porta i lettori dove sono stati gli scrittori, un luogo sconosciuto, trascurato dall’informazione che pure di immigrati e immigrazione se ne occupa quotidianamente.

 

Che cosa consente di comprendere quel “benefico mix ignoranza e curiosità” col quale Edoardo e Francesca si avvicinano ad una terra sconosciuta?

 

Ai confini del Niger hanno visto i campi di rifugiati del Mali “tanto grandi da non poter neppure essere definiti campi. Luoghi in cui trovano rifugio decine di migliaia di profughi. Ed è lì – racconta Albinati – che capisci quanto sia labile la differenza che ci si ostina a fare fra migrazione politica, quella per intendersi di chi fugge dalle guerre, e migrazione economica. Chi si trova in quei campi è sfuggito per miracolo all’attacco di bande armate che sparano, violentano, saccheggiano. Per chi ha perduto tutto, che differenza c’è fra semplici banditi, salafiti o jihadisti? Si deve comunque fuggire da loro, così come dalle carestie o dalla siccità, dalle catastrofi naturali che irrompono e lasciano senza difesa. Quando la vita è a rischio comunque devi lasciare la tua terra”.

 

Hanno conosciuto i “passeur”, i driver che portavano i migranti attraverso il deserto, fino al confine con la Libia. Sono tuareg, maestosi uomini del deserto ma anche sindacalisti arrabbiati, perché non possono più esercitare il loro mestiere. Dal 2015 il governo glielo impedisce, in cambio aveva promesso loro denaro da investire in un’altra attività. Il denaro non è arrivato, loro sono disoccupati, l’economia della zona che su quei traffici si reggeva è crollata, la fame è aumentata per tutti. Il traffico però non si è interrotto, è solo diventato più pericoloso “perché ha costretto i trafficanti, e quindi i migranti, a intraprendere percorsi alternativi nel deserto, molto meno controllati e molto più rischiosi”.

 

Gli occhi curiosi di Edoardo e Francesca frugano nella polvere che si deposita su tutto, strade, mercati, volti, esaminano i tanti che attendono e poi attendono ancora, scoprono una pazienza che dal loro (nostro) mondo è scomparsa, incontrano sofferenze che fino a quel momento erano solo supposte e lontane.

 

Attendono per giorni un aereo che deve arrivare dalla Libia, trasporta settantaquattro donne e bambini eritrei che, dopo molte peregrinazioni in vari paesi africani, invece di attraversare il Mediterraneo, sono finiti in prigione nei campi libici. Ora l’Unhcr che ha trattato per la loro liberazione insieme ad altre ong li riporta in Niger, dove resteranno in transito, prima di trovare una destinazione migliore. Finalmente sono liberi ma non dalla paura vissuta. “Non è che ci portate all’ambasciata Eritrea?”, chiede spaventato un bambino di otto anni che ha tutti i suoi averi un sacchetto di plastica. Francesca d’Aloja capisce che per lui tornare al suo paese equivaleva all’inferno.

 

Poi le donne. Rimandiamole nei loro paesi, dicono con qualche leggerezza in tanti in Europa. Ora che sono tornate di nuovo libere possono parlare. “I loro racconti erano tutti atrocemente simili. Abbiamo scelto di trascriverne, nel libro, solo uno. La storia di una donna che aveva pagato per essere trasportata ma non ce l’aveva fatta. Avevano voluto altri soldi, lei non ce li aveva…”. “Che cosa succede ad una donna che non paga?”, le chiedono. “La violentano – racconta – Fanno questo: le donne le violentano, gli uomini li picchiano e li uccidono. Se c’è una coppia, marito e moglie, lei la stuprano, lui lo picchiano e lo uccidono”.

 

“Ignoranza e curiosità”, ma anche sgomento e angoscia spingono i due scrittori e i lettori a chiedersi perché queste donne giovani e indifese affrontino prima i pericoli del deserto, poi quelli del mare, la quasi certezza di violenze e soprusi. Scoprono che “sono le famiglie che le spingono a fuggire; la madre, il padre non possono partire e allora danno quel che hanno ai figli sperando che ce la facciano almeno loro. Lo fanno in segreto altrimenti sarebbero perseguitati. E, infatti, queste ragazze non rivelano mai il nome della loro famiglia e il luogo di provenienza”.

 

“Lì capisci quanto sia labile la differenza fra migrazione politica, quella di chi fugge dalle guerre, e migrazione economica”

“C’è un rapporto stretto fra sofferenza e bellezza, chi non è in grado di provare pietà per la prima non vede neppure la seconda”

Edoardo Albinati ha scritto un libro, ma scriverà di nuovo, mi dice anzi che sta già scrivendo perché ci sono troppe cose da raccontare, troppi luoghi comuni da rovesciare, stereotipi da ribaltare o cancellare quando si parla di immigrati. “Viviamo in un mondo in cui parliamo continuamente di paura, ma attenzione, la paura non è la nostra, ma la loro, sono loro in pericolo e affrontano l’ignoto. Parliamo del nostro benessere che può essere messo in discussione, quando il problema è se mai la loro fame. Chi rischia non siamo noi, sono sempre loro ”.

 

Il desiderio di scoprire, di uscire dagli schemi porta a nuove domande. “Spiegami una cosa: com’è possibile che il Niger sia così accogliente, mentre certi paesi europei fanno tante storie per prendersi mille immigrati? chiede lo scrittore a un operatore umanitario francese. La risposta è “spiazzante e lineare”. “Semplice, qui l’opinione pubblica non esiste. Dunque i politici non sono esposti alla pressione continua, le decisioni si possono prendere senza preoccuparsi dei sondaggi, cioè, di perdere consensi alla minima apertura. Non esistendo l’isteria dei social network, in Niger c’è meno paura, sia tra la gente, sia in chi governa”. “So bene – aggiunge Albinati – che l’inesistenza di un’ opinione pubblica significa assenza di democrazia. Ma siamo comunque di fronte a un paradosso. Il Niger, che è al centro di un’immigrazione che investe gran parte dell’Africa, ed è poverissimo, finisce per essere molto più accogliente di molti paesi europei”.

 

Chi legge il libro di Edoardo e di Francesca si trova un mondo “altro”, lontano dalle immagini e dalle parole quotidiane che il fenomeno migratorio propone attraverso i mass media: le cancellerie europee, la politica italiana, i compromessi internazionali, i barconi sul Mediterraneo, i respingimenti e le accoglienze, le discussioni e polemiche fra i capi di stato, le leggi, i trattati.

 

Viaggiando con loro le domande si susseguono. Che fine fa, ad esempio, il flusso di denaro che i paesi occidentali mandano nei paesi africani pensando in questo modo di proteggersi dal terrorismo? Le risorse erogate dovrebbero, in teoria, migliorare le condizioni di vita, alleviare e mitigare miseria, fame, sete. Non avviene, vengono usati in altro modo, e la popolazione, che rimane povera, passa nelle schiere di quei terroristi che si vorrebbero sconfiggere. Ecco un altro paradosso: i soldi che dovrebbero produrre sicurezza generano il suo contrario.

 

La riflessione non è finita con la scrittura del reportage sul Niger. Non solo perché molte cose si devono ancora rivelare, ma perché quel che si è visto fa i conti – inevitabilmente – con quello che avviene in Europa e in Italia. Oggi Edoardo Albinati, di nuovo nella sua casa romana, si chiede “che cosa nasconda l’atteggiamento aggressivo di tanti nei confronti degli immigrati”. “In parte credo dipenda – questa la sua risposta – dal fatto che anche noi lo siamo stati e vogliamo dimenticarlo. Ci dà fastidio ricordare, in quanto abitanti di un paese industrializzato, che in tempi ancora molto recenti eravamo come loro, poveri e disperati. Si attacca, si offende per cancellare un passato di sofferenza vissuta”.

 

Certo è possibile: aggredire per dimenticare, per rimuovere, per evitare ogni identificazione. Ma non ha l’impressione che l’atteggiamento contro gli immigrati oggi registri un consenso troppo vasto per poter essere risolto dalla ricerca di una rimozione? Il consenso. Parola ambigua. Miscela di sentimenti o meglio di sensazioni che può essere esplosiva. Il consenso c’è e si può rovesciare nel suo contrario da un momento all’altro. Non è conquistato una volta per tutte, non è stabile. “Mi dicono che alcuni leader politici che attaccano gli immigrati sono efficaci perché parlano come al bar. E’ vero, il loro consenso deriva da questa capacità. Ma un discorso da bar ti espone anche a una risposta da bar. La cosiddetta “pancia” non è che ce l’abbiano solo loro, e c’è persino chi oltre la “pancia” ha anche un “cuore”. E infatti, se io sentissi al bar uno parlare con schifo degli immigrati, come fanno certi politici, gli tirerei un cazzotto. Punto”.

 

Sul tavolino di fronte a noi c’è un libro di Paul Johannes Tillich, teologo protestante tedesco, “Il demoniaco”. Edoardo Albinati lo indica. “Lo sto leggendo e ci sto riflettendo. Il demoniaco è costitutivo dello spirito umano, non si può negare o respingere, ma si può almeno conoscere. Io ci provo e a stento riesco a dominarlo. Ho l’impressione invece che stiamo vivendo tempi in cui non c’è alcuna consapevolezza del demoniaco in noi, né l’intenzione di tenerlo sotto controllo, anzi, gli si dà via libera, e manca una riflessione su quanto è già avvenuto nella storia italiana – e non solo – quando il demone ha preso il sopravvento”. La brutta aria che tira oggi cancella persino l’inclinazione a trovare il bello in ciò che è diverso da noi: luoghi, cose, persone. “Eppure, è così evidente! Secondo me, c’è un rapporto stretto fra sofferenza e bellezza, chi non è in grado di provare pietà per la prima non vede neppure la seconda, chi non si accorge quanto siano belli, regali, maestosi gli uomini e le donne che cercano aiuto non ne comprende neppure il dolore…” Qui si ferma, abbiamo l’impressione che il seguito lo leggeremo nel suo prossimo libro.

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