Lo scambio con Putin

Daniele Raineri

Roma. Ancora non sappiamo cosa si sono detti il presidente americano Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin quando sono rimasti soli in una stanza lunedì a Helsinki e quali dossier internazionali hanno affrontato (sì, è ancora necessario parlare del summit finlandese perché passerà alla storia come una mini Yalta del sovranismo. Ieri Trump ha dichiarato che i capi delle intelligence americana gli hanno detto che è andato “benissimo”). Di sicuro per ora sappiamo soltanto che Putin ha approfittato dell’incontro con Trump per guadagnare terreno nella caccia a Bill Browder, un uomo d’affari inglese che è ricercato dalla Russia perché è accusato di avere commesso “reati finanziari” – ma soprattutto perché è l’ispiratore del cosiddetto Magnitsky Act del dicembre 2012. Si tratta di una legge americana molto invisa al Cremlino perché consente di congelare gli asset finanziari in America dei russi accusati di violazioni dei diritti umani e sbarra loro l’ingresso nel paese. Prende il nome da Sergei Magnitsky, l’avvocato di Browder ucciso in una prigione russa nel 2009.

 

In pratica Putin ha offerto a Trump collaborazione nel caso delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. Gli americani potrebbero volare in Russia e avere accesso ai dodici agenti dell’intelligence militare incriminati dal procuratore speciale Robert Mueller perché hanno violato i computer e le mail del Partito democratico. In cambio il ministero della Giustizia russo ha già fatto una richiesta ufficiale a Washington per interrogare Browder e altre persone di suo interesse, fra le quali c’è anche l’ex ambasciatore americano Michael McFaul, detestato da Putin e accusato – senza prove – di avere voluto sobillare una rivolta contro il presidente russo.

 

Sulla lista compilata dai russi c’è anche Kyle Parker, che è il membro dello staff congressuale che ha scritto da solo il testo del Magnitsky Act.

Si tratta di un’offerta che Trump ha definito “incredibile”, ma che molti osservatori considerano chiaramente fallata e troppo vantaggiosa per la Russia. Se Mueller accettasse di collaborare con il Cremlino nelle indagini, di fatto lavorerebbe al fianco dei sospettati principali (dove “sospettati” è un termine debole, perché l’inchiesta ha già stabilito che l’intelligence militare russa è responsabile delle operazioni che hanno interferito con le elezioni).

 

C’è il rischio altissimo che dopo avere beffato gli americani una prima volta nel 2016, i russi li befferebbero una seconda volta e approfitterebbero della “collaborazione” per sorvegliare le indagini senza dare nulla d’importante in cambio. Inoltre, riuscirebbero a far passare l’idea che le loro indagini contro Browder e McFaul che poggiano su prove inesistenti e hanno un sapore fortissimo di vendetta politico-giudiziaria sono sullo stesso piano delle indagini di Mueller. E’ lo schema classico della propaganda di Mosca: se abbiamo fatto qualcosa di male noi, troveremo qualcosa di male fatto da voi e quindi saremo tutti uguali, tutti sporchi, tutti colpevoli, nessun colpevole. I russi accusano Browder di avere evaso le tasse per un milione e mezzo di dollari e di averne donati quattrocentomila alla campagna elettorale di Hillary Clinton (Putin a Helsinki in conferenza stampa ha detto “quattrocento milioni”, ma si sbagliava). Infine, se gli americani accettassero lo scambio esporrebbero le persone sulla lista alle attenzioni dei russi e alla loro intelligence – sarebbe la prima volta nella storia americana. McFaul è un ex ambasciatore. Browder vive in una località segreta in Gran Bretagna per ragioni di sicurezza. La faccenda scatenerebbe molte proteste e aprirebbe molte complicazioni.

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