La legge di Israele sullo stato-nazione è un argine alla delegittimazione internazionale

Giulio Meotti

Con 62 voti a favore e 55 contrari, il Parlamento di Israele ha approvato la tanto discussa legge sullo “stato della nazione ebraica”. I critici parlano di lesione del pluralismo e della democrazia. La norma è invece salutata dal premier Benjamin Netanyahu come “un momento storico negli annali del sionismo”. Dopo 70 anni dall'indipendenza, Israele mancava ancora di una costituzione scritta. Si tratta di un'anomalia unica fra i paesi occidentali, perché le costituzioni sono la pietra angolare delle democrazie, ne definiscono l'identità e lo scopo, determinano i poteri dei tre rami del governo e proteggono i diritti individuali.

 

Israele ha già “leggi fondamentali” sui diritti individuali e la separazione dei poteri, ma non aveva una legge fondamentale che definisce l'identità e scopo dello stato. Nella visione di Netanyahu, la nuova legge è stato approvata per colmare il vuoto. Per alcuni, il riempimento di questo vuoto non era necessario, dal momento che Israele è de facto già lo stato nazionale del popolo ebraico. Ma la “legge del ritorno” (che garantisce diritti di immigrazione automatici agli ebrei) potrebbe un giorno essere abbattuta in quanto “discriminatoria”, così come l'inno nazionale di Israele (che esprime la fedeltà di due millenni degli ebrei alla loro terra) e la bandiera (un simbolo ebraico) potrebbero essere impugnati in tribunale per aver ignorato i sentimenti della minoranza araba.

 

Gli oppositori alla legge sostengono che dichiarare l'ebraico la lingua ufficiale del paese, pur garantendo all'arabo uno “status speciale”, sia lesivo dei diritti della minoranza araba. Ma anche la costituzione della Francia stabilisce che “la lingua della Repubblica è francese” (articolo 2) pur riconoscendo le “lingue regionali” come appartenenti al “patrimonio francese” (articolo 75). Qualcuno ha mai attaccato la Francia per questo, pur avendo una cospicua minoranza araba proveniente dalle sue ex colonie? Pur criticabile sotto alcuni aspetti, la nuova legge votata alla Knesset pone un argine alla martellante campagna di delegittimazione internazionale che, ancora dopo 70 anni, mette in discussione proprio il diritto di Israele di definirsi come lo stato-nazione del popolo ebraico.  

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