“Islamofobo” e “reazionario”, Zemmour estromesso dalla prima radio di Francia

Giulio Meotti

Roma. In Rtl ci fu più di un mugugno quando a Eric Zemmour offrirono una piattaforma mattutina sulla prima radio di Francia. “E’ una personalità iconoclasta e uno spirito originale”, disse Christopher Balzelli, patron di Rtl. E poi il divisivo Zemmour, ancora prima che vendesse un milione di copie col Suicide Français e diventasse l’oggetto del consumo di massa “reazionario”, lo trovavi ovunque, da France2 a Bfm Tv, fino alla prima pagina del Monde e le copertine di Libération. La decisione di Rtl non ha nulla di commerciale. Zemmour bucava lo schermo. Eppure, la sua rubrica “Non siamo necessariamente d’accordo”, che teneva due volte alla settimana, non ci sarà alla rentrée. Rtl aveva ricevuto numerosi avvertimenti dal Consiglio superiore degli audiovisivi per i commenti del giornalista su islam, società e immigrazione, e dalla prossima stagione farà a meno del suo format. Due mesi fa, Zemmour è stato condannato dalla Corte d’appello di Parigi a cinquemila euro di multa per “incitamento all’odio religioso per le osservazioni antimusulmane fatte nel 2016 in un programma televisivo”. Zemmour aveva detto che era necessario imporre ai musulmani “la scelta tra l’islam e la Francia” e che “negli innumerevoli sobborghi francesi in cui molte ragazze sono velate” è in corso una “lotta per islamizzare il territorio”. Lo staff di Rtl aveva chiesto alla direzione di “lasciarlo andare” in numerose occasioni, ma Zemmour era stato sempre difeso. “Rispetto le persone che sono disposte a morire per ciò in cui credono, cosa che non siamo più in grado di fare”, aveva detto Zemmour un anno fa sui jihadisti. Yves Calvi, a capo della redazione di Rtl, criticò Zemmour dal vivo: “Lo staff di Rtl è inorridito”. Nel 2015, Rtl aveva già ridotto della metà la presenza di Zemmour in programmazione, dopo aver cassato Z comme Zemmour, mentre la rete televisiva iTélé quell’anno lo aveva messo alla porta.

 

Il Collettivo contro l’islamofobia aveva più volte invocato il suo licenziamento, la Società dei giornalisti aveva detto che “le posizioni di Zemmour offuscano i valori della convivenza che sono sempre stati difesi da Rtl”, le organizzazioni islamiche lo avevano trascinato in tribunale, i fondamentalisti islamici lo avevano minacciato di morte e costretto a girare con la scorta dopo che Charlie Hebdo e il Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli e il Club Averroes (associazione di media a favore della “diversità”) avevano presentato esposti contro di lui all’Authority per radio e tv. Il cordone sanitario si stava stringendo sempre di più. Rtl era già vicino al suo licenziamento quando Zemmour aveva attaccato il ministro della Giustizia socialista: “Christiane Taubira ha già scelto chi sono le sue vittime e i carnefici: le donne e i giovani delle banlieue stanno nel campo dei buoni, il maschio bianco fra i cattivi”. Se in Francia c’è spazio per Edwy Plenel, l’ex eminenza grigia del Monde passato a moralizzare e islamizzare il giornalismo con la sua Mediapart, non si vede perché non dovrebbe essercene per la sua nemesi, il petit juif conservatore Zemmour. Ma questo è proprio il punto. Perché come ha detto ieri l’avvocato Gilles-William Goldnadel, che difese Oriana Fallaci quando a Parigi provarono a bandire il suo La Rabbia e l’Orgoglio: “Scopriamo che è stato a causa della pressione di alcuni dei redattori che Rtl è stata costretta a salutare l’editorialista. Tale decisione, da parte di un’emittente commerciale, dà la misura del potere della censura dilagante che anima il clero dei media”. E’ la sorte dei malpensanti “islamofobi”: Robert Redeker perde la sua cattedra, Richard Millet il suo lavoro da editor in Gallimard, Renaud Camus la sua casa editrice (Fayard) e ora l’ossessivo Zemmour perde il suo microfono. Liberté, ma non per te.

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