“L’America non vi aiuterà più”

Paola Peduzzi

Roma. Un “biglietto di ringraziamento” così non si era mai visto, “il più elaborato della storia”, dice al Foglio Anne Applebaum commentando la conferenza stampa a Helsinki di Donald Trump e Vladimir Putin: le grandi aspettative della vigilia, un ritardo che poteva voler dire qualunque cosa, e poi la riconoscenza, “mentre milioni di persone guardavano”, l’americano ha detto forte al russo: “Grazie che mi hai fatto vincere le elezioni!”. La Applebaum, giornalista, saggista, autrice di un libro-che-va-letto intitolato “Gulag”, dice che l’incontro di Helsinki potrebbe essere considerato la tappa finale dell’“apology tour” di Trump, il suo giro di scuse.

   

L’America esce più piccola da questa trasferta trumpiana tra Bruxelles, Londra e Putin, ma non perché il presidente è imbarazzante o improvvisato, ma per una sua “precisa volontà”. Secondo Anne Applebaum il piano della presidenza Trump è chiaro fin dall’inizio, destabilizzare destabilizzare destabilizzare, e lei ha smesso di aver pazienza con chi dice “vediamo, aspettiamo”: nell’attesa si perde tempo utile per organizzarsi, “perché l’Europa deve capire che non può più contare su quest’America”. Ripercorrendo il tour di scuse, la Applebaum ritrova disseminati i pezzi che ricompongono la dottrina “blame America first”, che è l’esatto contrario dell’eccezionalismo americano di cui il Partito repubblicano americano si è fatto portavoce per molti anni. Per questo, con quella sua abilità meticolosa di mettere in fila ogni cosa e mostrare la fotografia completa, la Applebaum ha preso tutti i comunicati e tweet di esponenti repubblicani e ha segnalato l’effetto finale: nessuno riesce a riconoscersi in un presidente che crede più ai russi che ai propri servizi segreti, è il mondo capovolto, non soltanto da un punto di vista ideologico, ma storico e culturale. “Non ci sono più dubbi – dice la Applebaum – sul fatto che i russi hanno aiutato Trump a essere eletto”, si tratta soltanto di chiarire i dettagli, gli incontri, i tempi, ma anche questi, messi in fila, sono sempre più chiari. Ci sarà un motivo se, poco dopo l’hackeraggio dei server del Partito democratico nel 2016, la campagna Trump cambiò improvvisamente la propria strategia elettorale, abbandonò gli stati contesi classici (Ohio per esempio) e si concentrò su centri urbani che parevano imprendibili, come quelli in Pennsylvanya. I dati per quel cambio di strategia probabilmente erano nei server hackerati: questo già basterebbe, assieme alle incriminazioni e alle confessioni, per giustificare il biglietto di ringraziamento di Trump a Putin. Ma poi c’è tutto il resto: vogliamo continuare a convivere con un presidente che minaccia di uscire dalla Nato, o chiede a Parigi di spaccare l’Unione europea o attacca Berlino perché con la politica di accoglienza degli immigrati sta sfigurando la cultura europea?, chiede la Applebaum. E si sofferma sulla tappa londinese: “Anche se poi Trump si è rimangiato tutto, quel che aveva detto nell’intervista al Sun era la sua visione: vuole una Brexit durissima, la più dura possibile, per conservare un Regno Unito bianco”, o almeno meno contaminato dall’Europa carica di immigrati e di vantaggi sproporzionati dal punto di vista commerciale.

   

Le due linee guida del progetto di destabilizzazione americano in Europa sono queste: immigrazione e commercio, in linea con i movimenti sovranisti europei (anche se sul commercio le contraddizioni sono moltissime, basti vedere l’Italia che firma l’accordo con il Giappone ma rifiuta quello con il Canada), e naturalmente con la Russia. “Non so cosa accadrà ora – dice la Applebaum – Ma posso dire che cosa dovrebbe accadere: l’Europa deve creare un’Unione di Difesa, immediatamente. E deve iniziare a organizzare una propria strategia di sicurezza: non soltanto militare, ma anche sicurezza cyber e sicurezza sull’informazione. Anche l’Italia è sotto la minaccia di una campagna politica russa molto aggressiva, che usa la corruzione e la manipolazione dei social media, ed è tempo di essere vigili e consapevoli prima che sia troppo tardi”. La Applebaum è troppo allarmista, sostengono in molti, ma a rileggere le sue analisi del 2016 in cui diceva che l’ordine liberale era in un pericolo esistenziale viene la pelle d’oca. Per un attimo, ché per la Applebaum non è nemmeno tempo di tremare o di lamentarsi: “L’America non vi aiuterà più”, conclude secca: parla a noi italiani, ma intende tutti noi europei.

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