Trump succube preferisce Putin all’America

Daniele Raineri

Roma. Si pensava che l’incontro tra il presidente americano Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin a Helsinki potesse andare male, ma non si pensava che potesse andare così male e in modo così aperto e così evidente a tutti. Finita la conferenza stampa congiunta con i giornalisti americani e russi, la grande questione nell’aria era: se Trump si comporta in modo così debole davanti a Putin quando è alla presenza dei media di tutto il mondo, allora come si è comportato nel segreto della stanza dove ha parlato con Putin per novanta minuti, più del previsto, unici testimoni i due traduttori? La seconda questione era: cosa resta della credibilità di Trump? Molti alleati si chiedono: e adesso dovremmo credere che il presidente verrebbe in nostro aiuto se la Russia minacciasse i nostri paesi? La questione investe a catena tutta l’architettura di accordi tra America e resto del mondo.

 

Il peccato originale del presidente americano è che su di lui incombe il sospetto di essere stato aiutato dalla Russia a vincere le elezioni presidenziali nel 2016 e anche il sospetto che sia in qualche modo in debito con il Cremlino, al punto che si ipotizza che i servizi segreti russi abbiano materiale compromettente su di lui raccolto quando era un semplice businessman americano in visita a Mosca – kompromat, in russo, una tattica molto comune che però quella volta centrò un bersaglio grosso: il businessman è poi diventato presidente. Ecco, Trump si è rifiutato di dire qualsiasi cosa che potesse essere anche lontanamente fastidiosa per Putin, si è comportato in modo remissivo e non ha annunciato alcun progresso chiaro a proposito delle questioni internazionali che potevano essere discusse, dall’Ucraina alla Siria. Da una parte lui, che evitava di entrare in collisione a qualsiasi costo, e dall’altra il russo con l’aria del gatto che ha il sorcio in bocca. Di più: Trump ha messo in questione i servizi segreti americani. Lo aveva già fatto, ma dal podio accanto a Putin questo voltare le spalle ai suoi è stato di una potenza mai vista prima.

 

Quando gli hanno chiesto se si fida di più delle agenzie di intelligence americane oppure più di Putin, si è sottratto alla domanda secca producendosi in una lunga risposta senza senso, in cui ha detto di avere fiducia in entrambe le parti, e che “però non vedo la ragione per cui dovrebbe essere stata la Russia”, e che prima vuole vedere le mail di Hillary Clinton (era un grande classico dei comizi 2016, ma a Helsinki non aveva senso tirarle di nuovo in ballo) e che si fida della sua intelligence ma “Putin è stato molto convincente e incredibilmente forte a negare”, e che ha pure fatto “un’offerta incredibile: ha offerto ai nostri che stanno investigando sulle spie russe di venire e di lavorare in collaborazione con gli investigatori russi. E’ un’offerta incredibile”. Il russo ha precisato: “In cambio, per reciprocità, manderemo i nostri investigatori in America” per chiarire alcune faccende che premono al Cremlino.

A metà conferenza stampa ha ricevuto un pallone dei Mondiali da Putin come regalo – “ora la palla è nel vostro campo”, ma lui non ha capito la metafora e ha accarezzato il pallone tutto contento. Se questo era il piano dell’intelligence di Mosca fin dall’inizio, sta andando benissimo. Putin è atterrato a Helsinki con una serie di crisi in corso, dall’annessione illegale della Crimea alle sanzioni internazionali all’abbattimento di un aereo passeggeri con 298 persone a bordo sopra il confine ucraino – oggi è il quarto anniversario – fino al dossier Siria, dove Iran e Israele si fronteggiano. Riparte senza che l’America lo abbia messo in difficoltà per un solo minuto.

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