“Non traducete i miei libri in Israele”. Un’inquietante moda letteraria

Giulio Meotti

Roma. Il romanziere John Berger, vincitore di un Booker Prize, chiese ai colleghi di rifiutare di pubblicare in Israele. Poco prima di morire, il celebre scrittore inglese Iain Banks annunciò che i suoi romanzi non sarebbero mai più stati pubblicati nello stato ebraico. Per ostracismo e inimicizia nei confronti di Israele, alcuni scrittori occidentali hanno sempre praticato questa odiosa forma di intolleranza ideologica, ordinando ai propri agenti e alle proprie case editrici di rifiutare qualsiasi traduzione in ebraico. Ma adesso sta diventando un fenomeno letterario, tanto da spingere Haaretz, il giornale della sinistra israeliana, a dedicargli un intero dossier.

 

“La scorsa settimana un editore israeliano ha fatto un’esperienza insolita”, scrive Haaretz. “L’editore voleva acquisire i diritti degli ultimi due libri dell’autrice britannica Kamila Shamsie, premiata e apprezzata scrittrice britannica. I suoi primi libri furono pubblicati in Israele nel 2010 da Keter. Da allora ha pubblicato altri due libri e l’editore voleva acquistare anche quelli. La risposta è arrivata: ‘Sfortunatamente, non potrò condividere il lavoro dell’autore con i lettori ebraici in questo momento’ ha risposto l’agente di Shamsie”.

 

Quando l’editore ha chiesto chiarimenti, la risposta è arrivata da Shamsie: “Sarei molto felice di essere pubblicata in ebraico, ma non conosco editore ebraico che non sia israeliano”. Anche il britannico China Miéville, uno dei più noti scrittori viventi di fantascienza, ha annunciato il rifiuto di tradurre i suoi libri in ebraico. “Volevo pubblicare uno dei suoi libri che considero un capolavoro e avevo parlato con i suoi agenti, ma mi hanno informato che era impossibile”, ha detto l’editore israeliano Rani Graff.

 

“Ho incontrato casi del genere diverse volte”, afferma Ornit Cohen-Barak, editor della serie di pubblicazioni di editori di Modan. “Come Christos Tsiolkas, uno scrittore australiano di origine greca (la serie televisiva ‘The Slap’ è basata sul suo omonimo libro). Mi è stato detto che non è disposto a essere pubblicato in Israele a meno che non pubblichiamo un’edizione in arabo per i palestinesi. Quando abbiamo rifiutato ci ha informato che non era disposto”. Anche Alice Walker, autrice del celebre “Il colore viola” da cui fu tratto il film di Steven Spielberg, ha rifiutato la traduzione in ebraico, attaccando lo “stato di apartheid” di Israele.

 

Deborah Harris è uno dei principali agenti letterari di Israele (David Grossman, per citarne uno, è fra i suoi autori assieme a Meir Shalev). Negli ultimi dieci anni, Harris ha scoperto che alcuni editori in tutto il mondo stanno rifiutando le opere di autori israeliani, boicottando gli eventi letterari israeliani e rifiutandosi di tradurre i loro libri. “Libri che avrei potuto facilmente piazzare con i principali editori dieci anni fa sono stati educatamente respinti”, ha detto Harris al Time.

 

“Non c’è un solo autore israeliano che non abbia mai assistito a un’interruzione”, dichiara Eshkol Nevo, i cui libri sono stati tradotti in inglese, italiano e tedesco. “Ho avuto un incontro con un pubblico in Sudafrica, un paese in cui non ho un pubblico particolare, quindi ero contento di vedere che molte persone si erano presentate. Ma poi ho iniziato a parlare e l’ottanta per cento di loro si è alzato ed è uscito”.

 

Nevo dice che in alcuni paesi c’è un vero e proprio diktat non scritto. “Non sono stato tradotto nei paesi scandinavi e le persone con cui lavoro mi hanno detto che il boicottaggio è la ragione”. Il ministero della Cultura israeliano ha sovvenzionato la traduzione di titoli israeliani nella speranza di farli pubblicare all’estero. Ogni anno sono scelti 23 titoli, ma dopo la loro traduzione molti di questi titoli sono rimasti senza editore. Tradotti e poi consegnati alla spazzatura.

 

Non risultano autori occidentali che abbiano mai respinto la pubblicazione dei loro romanzi in Turchia o in Cina, dove gli scrittori languono a decine in carcere e dove un premio Nobel per la Pace, come lo scrittore Liu Xiaobo, ci è anche morto dietro le sbarre. Ma ai boicottatori interessa soltanto dare addosso a Israele, l’unico società aperta di tutto il medio oriente.

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