Il piano Trump-Putin contro l’Europa

Mattia Ferraresi

Roma. La presenza di Vladimir Putin si è fatta sentire anche mentre Donald Trump era in visita dalla regina Elisabetta, nella seconda tappa del suo viaggio europeo. Dodici funzionari dell’intelligence russa sono stati incriminati per aver violato e sottratto dati dai sistemi informatici del Partito democratico e dal team di Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016, provvedimento preso nell’ambito dell’inchiesta sulla collusione con il Cremlino guidata dallo special counsel, Robert Mueller. Ad annunciarlo è stato il viceprocuratore generale, Rod Rosenstein – che però è il titolare dell’inchiesta, dato che Jeff Sessions si è ricusato – in una conferenza stampa che ha rimesso al centro la questione russa dopo i giorni dominati dai litigi e dalle smentite fra gli alleati della Nato. In un comunicato, la Casa Bianca ha ribadito che l’incriminazione non prova alcun tipo di collusione, e non ha condannato l’azione dei funzionari d’intelligence russi.

 

Dallo scorso anno diversi media scrivono che il procuratore speciale aveva in mano elementi per incriminare alcune spie del Gru, ma il provvedimento ufficiale è arrivato tre giorni prima dell’incontro fra Trump e Putin a Helsinki, l’appuntamento attorno a cui ruota tutta la missione transatlantica del presidente. La notizia complica una spedizione che Trump aveva concepito come una manovra di avvicinamento in tre tappe per presentarsi da Putin con la postura giusta.

 

Prima di partire aveva detto che le tappe di Bruxelles e Londra sarebbero state probabilmente le più difficili. Al confronto con i dialoghi tra i membri dell’alleanza militare e i titolari della “special relationship”, il colloquio con il competitor delle affinità elettive sarebbe stata una passeggiata di salute. A Bruxelles si è adirato e smentito, ha minacciato e si è intestato vittorie inesistenti, picconando il più rumorosamente possibile un’alleanza che poi, alla prova dei fatti, ha lasciato tale e quale; in Gran Bretagna ha violato protocollo e buonsenso politico mettendo il dito – al solito indelicatamente – negli affari interni dell’alleato più importante.

 

I primi segmenti del viaggio si stanno mostrando per ciò che sono: preparativi per presentarsi da Putin con l’abito e il trucco giusti. Guardata con la lente d’ingrandimento la spedizione trumpiana è un coacervo di elementi contraddittori e non rivoluzionari, ma se si osserva con un grandangolo, dall’alto, l’immagine che ne esce non potrebbe essere più gradita al presidente russo. Lo spettacolo indecifrabile a cui il mondo ha assistito in questi giorni è funzionale all’avvicinamento alla corte di Putin, è un rito preparatorio per rinsaldare la relazione speciale che Trump non ha mai fatto mistero di coltivare. A Bruxelles e a Londra ha in qualche modo dimostrato di saper battere i pugni sui tavoli degli alleati, destabilizzando certezze consolidate, e questo agitarsi furioso all’interno del blocco occidentale è la gioia di Putin. Si tratterà di vedere se e come i provvedimenti contro gli agenti russi cambieranno la posizione di Trump che ha già ampiamente dimostrato di essere impermeabile ai fatti, quando vuole. La performance del presidente che abbaia agli alleati “è deludente ma alla fine prevedibile” ha detto il senatore John McCain, sottolineando che Putin “è un nemico dell’America perché ha scelto di esserlo”. Trump, ha scritto McCain, deve chiedere conto a Putin delle sue azioni in Crimea, in Siria e altrove, e “se non lo farà pregiudicherà la leadership americana nel mondo”.

 

In questi giorni Trump ha occasionalmente attaccato Putin, ha accusato la Germania di essere “prigioniera” di Mosca e ha firmato, assieme agli altri membri, una dichiarazione fortemente antirussa, ma il generale indebolimento della Nato è l’obiettivo primario di Putin, il quale è ben disposto a subire qualche formale presa di posizione antagonista in cambio di un generale indebolimento o di un rinnovato clima di confusione nei ranghi dell’Alleanza atlantica. Nell’improvvisata conferenza stampa di Bruxelles Trump si è lasciato sfuggire un commento positivo sul fatto che in Crimea i russi costruiscono ponti, cosa che ha eclissato altre frasi critiche sulla situazione della penisola, e ha detto che parleranno della possibilità di cancellare le esercitazioni militari sul confine russo. 

 

In cambio Trump potrebbe chiedere l’allentamento dei rapporti con l’Iran, cosa caldeggiata da Israele e Arabia Saudita, ma la recente storia dei negoziati diplomatici racconta che il presidente duro con gli alleati ha una certa inclinazione a concedere qualcosa in cambio di nulla. E’ il caso delle esercitazioni cancellate nella penisola coreana a fronte di nebulose promesse di denuclearizzazione.

 

Una tesi è che tutto questo sia parte di una grande tattica negoziale. In fondo, Trump ha firmato a Bruxelles una dichiarazione solida e tradizionale, ha aumentato le truppe americane sul confine est della Nato, ha allargato il budget per la difesa degli alleati europei e ha fatto diverse manovre per consolidare le alleanza. Tutte “cose vere, ma che non contano” ha scritto lo storico Bob Kagan sul Washington Post, sottolineando che aumenti incrementali di truppe o finanziamenti “non significano molto quando le fondamenta dell’alleanza si sgretolano”. Secondo Kagan, lo show di Trump in preparazione all’incontro di Helsinki non è una normale lite in famiglia, ma il segno che “l’alleanza democratica che è stata la roccia su cui l’ordine liberale a trazione americana è stato fondato, oggi è consumata”. Nessuno meglio di Putin conosce questa lezione.

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