L’occidente che cerca il colpevole anche quando non c’è

In Thailandia il sentimento comune è stato quello di considerare il coach intrappolato nella grotta con i dodici ragazzini un eroe
11 LUG 18
Ultimo aggiornamento: 09:47
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L'allenatore Ekaphol Chanthawong con due dei ragazzi nella grotta (Thai Navy Seals)

Roma. Intervistata da una emittente televisiva thailandese, una delle mamme dei ragazzi ha detto: “Se non fosse andato con loro, che cosa sarebbe successo ai miei ragazzi?”. Non appena si è diffusa la notizia dei dodici ragazzini dispersi nel dedalo di grotte di Tham Luan Nang Non, nel nord della Thailandia al confine col Myanmar e con il Laos, l’attenzione mediatica si è concentrata soprattutto sul vicecoach della squadra dei Moo Pa (significa, appunto, cinghiali selvatici), Ekaphol Chanthawong. Venticinque anni, detto coach Ake, era l’unico adulto della squadra dispersa, in mezzo a dodici ragazzini tra gli undici e i sedici anni. Ha portato i “suoi” ragazzi nella grotta nonostante all’ingresso ci fosse, come spesso accade in certe regioni monsoniche, l’avviso di non avventurarsi durante la stagione delle piogge. Poi, però, il peggio è accaduto.
Sui giornali occidentali l’allenatore è stato più volte descritto come lo sprovveduto irresponsabile, colpevole di aver messo in pericolo tutto il gruppo. Ma come molti hanno fatto notare (tra cui Massimo Morello e su Facebook il giornalista Alessandro Ursic) in Thailandia il sentimento comune, condiviso soprattutto dai genitori dei ragazzi e dai soccorritori, è stato invece quello di considerare il coach Ake un eroe: è stato lui, in fondo, ad aver trovato la piccola spiaggia dove i ragazzi sono riusciti ad aspettare i soccorsi; è stato lui ad aver razionato il cibo per tutti, ed essersene privato; ma soprattutto è stato lui ad aver insegnato a tutti e dodici la meditazione. Ekaphol, infatti, studiava per diventare monaco: riporta Shibani Mahtani sul Washington Post che dopo essere rimasto orfano a dieci anni era entrato in un monastero, che aveva lasciato soltanto tre anni fa per prendersi cura dell’anziana nonna. Ma era rimasto in contatto con quella sua vecchia vita: secondo gli esperti, invece di lottare contro la paura, la meditazione profonda avrebbe aiutato i dodici calciatori a superare l’ansia e lo stress, a non sprecare energie, ad aspettare i soccorsi senza attacchi di panico. Ekaphol è stato l’ultimo a uscire dalla grotta, come previsto, nonostante fosse messo peggio dei ragazzi. L’ossessione tutta occidentale, davanti a tragedie simili – pur con un lieto fine – è quello di cercare il colpevole, trovare il responsabile: la questione della colpa che ci accompagna da sempre. Ed è una frase che si sente dire spesso, qualunque cosa accada: anche la più imprevedibile, come un terremoto, un’inondazione. Esistono, certo, delle responsabilità oggettive, ma mentre l’occidente si serve dell’autonomia della volontà, del libero arbitrio in cui la colpa è sempre soggettiva, a oriente si fa più caso al destino, alla legge del karma, al concetto di ming confuciano, ai kami shintoisti che popolano la natura. Per esempio: che cosa sarebbe successo se i dodici esploratori fossero entrati nella caverna senza il giovane Ekaphol?