Così Facebook ha rivoluzionato il sud-est asiatico, diviso tra tiranni e democrazia

Sara Perria

Quando ha iniziato a filmare gli espropri nella sua comunità, il venerabile Sovath era un monaco artista che girava la Cambogia per decorare le pareti delle pagode. Cosa fosse Facebook non ne aveva idea: inesistenti gli smartphone, troppo caro internet.

  

Dieci anni dopo, la tunica arancione dei monaci buddhisti cambogiani e il cranio rasato compaiono in tutti e sei i suoi profili Facebook – uno per ogni volta che gli hacker sono riusciti ad entrare nel suo account. “Se il governo ne colpiva uno, io ne aprivo un altro. Ma per registrarsi bisogna dare la mail e il numero di telefono; così ricominciavano da capo, perché le infrastrutture sono tutte del governo”. Il monaco parla in inglese, lingua imparata grazie alla costante interazione con il regista irlandese Chris Kelly che, dopo sei anni di riprese fra proteste e arresti, lo ha fatto protagonista del pluripremiato documentario A Cambodian Spring, uscito nel 2018.

  

      

Il film racconta la lotta di una comunità contro l’esproprio forzato delle terre, ma diventa anche la storia dell’evoluzione del ruolo di Facebook nel sud est asiatico – prima un catalizzatore per sfondare il muro della censura; poi una potente macchina di controllo e incitamento all’odio.

  

“All’inizio riprendevo le proteste e i ferimenti, e distribuivo dei cd. Ma poi è arrivato Facebook, che mi permetteva di caricare i video o, dal 2015, di usare anche la funzione live”, dice il venerabile Sovath al Foglio, scostando con la mano la tunica arancione per mostrare le decine di migliaia di follower dei suoi profili.

 

“Senza Facebook non sarei mai riuscito a portare avanti le mie battaglie”.

Il social network ha mosso i primi passi nel sud est asiatico come strumento delle opposizioni. Ha permesso loro di acquisire la visibilità negata dalla censura e dal controllo, ha creato reti e materializzato l’idea di democrazia sul palmo di una mano. Al punto che, in Cambogia, il primo ministro Hun Sen guardava in maniera sprezzante il suo utilizzo da parte di attivisti e del Partito di minoranza guidato da Sam Rainsy, ironicamente soprannominato “il primo ministro di Facebook”. Il risultato delle elezioni del 2013 – la più consistente perdita di seggi in 30 anni di governo di Hun Sen – ha però determinato uno storico cambiamento di rotta. Perché il primo ministro, interessato a rimanere tale, non è rimasto a guardare.

“Da quel momento anche lui è apparso su Facebook. Ed è anche quando hanno iniziato ad hackerarmi,” spiega il monaco Sovath.

   

Nel giro di pochi mesi, Facebook è passato dall’altra parte dello steccato diventando, sotto lo sguardo distratto di molti, lo strumento di supporto del regime e di repressione degli oppositori politici.

   

Decine di arresti per post diffamatori, lo stesso Rainsy in esilio per aver accusato Hun Sen di aver “comprato” i suoi milioni di like, proprio mentre gli ultimi giornali indipendenti del paese venivano forzati alla chiusura con richieste di milioni di dollari in presunte tasse arretrate, come nel caso del Cambodia Daily, o passavano nelle mani di una società malese vicina ad Hun Sen, come per il Phnom Penh Post.

 


“All’inizio riprendevo le proteste e distribuivo dei cd. Poi è arrivato Facebook con i video o, dal 2015, con la funzione live”


   

Facebook ha reso McDonald’s un simbolo obsoleto della globalizzazione, sostituendo l’iconica immagine delle lunghe file di fronte al fast food nella defunta Unione Sovietica con il crescere vertiginoso degli utenti connessi in tutto il sud est asiatico. Ma il social ha dimostrato di avere implicazioni più pericolose del burger globale.

   

Regimi che fino ad allora avevano portato avanti una propaganda piuttosto goffa e costretta nei confini degli outlet tradizionali, si sono dimostrati abilissimi nell’utilizzare i social media, prendendo molti alla sprovvista. Con l’aumentare della popolarità del social network – l’Asia è ora il primo mercato per numero di utenti – il social network è passato da essere un ariete contro la censura a un supporto tecnologico degli antieroi dei diritti umani, non solo di Hun Sen, ma anche di Rodrigo Duterte nelle Filippine, e dei radicali islamici in Indonesia e di quelli buddisti in Sri Lanka.

   

Gli utenti in Asia-Pacifico sono arrivati a quasi 500 milioni alla fine del 2017, secondo i dati rilasciati dallo stesso network, con un tasso di crescita in quattro anni intorno al 60 per cento – quattro volte più che in Europa e Stati Uniti. In Myanmar – dove McDonald’s non ha nemmeno ancora aperto – Facebook è arrivato a 18 milioni di iscritti all’inizio del 2017, dai nemmeno 5 milioni nel 2015 e 800 mila due anni prima, quando il Myanmar si è riaffacciato sulla scena globale dopo 50 anni di dittatura militare socialista. L’espansione è stata così rapida che i birmani considerano Facebook la totalità di internet, e sul social network si vendono mucche, si controllano i prezzi del riso, si compra online e si normalizza la pulizia etnica.

  

Esploso in parallelo con la crescita del mercato degli smartphone usati, Facebook è progressivamente diventato il megafono di un populismo puro, nazionalista, senza nemmeno i filtri di solide istituzioni democratiche. E quindi più deleterio nella sua natura di informazione senza verifica, odio propagato da governi, gruppi estremisti; ma anche da nonne, casalinghe e bravi padri di famiglia.

  

E se la Cambogia, a poche settimane da nuove elezioni politiche, è un caso emblematico di trasformazione di Facebook da supporto delle istanze democratiche a deus ex machina di regimi oppressivi, l’esempio più estremo è il Myanmar. Qui le Nazioni Unite hanno accusato Facebook di non aver agito nel contrasto all’hate speech contro i 700 mila musulmani Rohingya buttati fuori dal paese per affollare i campi rifugiati di Cox’s Bazar, nel confinante Bangladesh.

    

Anche in questa formidabile distesa di alienazione, fatta di tende senza spazio e nessuna prospettiva, non si fa a tempo a stringere una mano che arriva la richiesta di amicizia su Facebook.

   

Ma dall’altra parte del confine, in Myanmar, la storia è diversa.

   

Seduto in macchina, Kaung San Hla, il leader della sezione locale della Lega Nazionale per la Democrazia dell’icona caduta in disgrazia Aung San Suu Kyi, controlla più volte il suo smartphone prima di arrivare vicino ad un villaggio Kaman, l’altra minoranza musulmana nell’ovest del paese. Quando la vettura si ferma, inizia a camminare insieme ai leader del villaggio sotto il sole rovente, attraverso il fango dei campi di riso e gli stagni dove si allevano gamberetti. Per tutto il percorso ripete ossessivamente una frase: “I rohingya non sono una delle etnie originarie del Myanmar, i Kaman sì”. Poi si gira e mostra il suo post su Facebook sulla soglia di un gruppo di case di bambù: “Ha più di cento like”, dice in una realtà da secolo scorso, ma con più smartphone che acqua corrente. I discorsi dei leader del villaggio musulmano, vestiti in eleganti longy birmani, ricordano quelli del monaco estremista anti-rohingya Ashin Wirathu, e si tocca con mano la capacità del social network di veicolare dei mantra nelle realtà più isolate e ai cittadini più insospettabili.

  

Anche durante la censura esistevano sofisticate reti di comunicazione parallele, spesso con il supporto logistico dei ‘tea-shops” (il ritrovo birmano per eccellenza, dove si sorseggia the con latte condensato). Ma Facebook ha soppiantato queste reti, raggiungendo direttamente molte più persone. E se le elezioni del 2015 sono state definite come le prime “libere” dopo quasi 25 anni, è anche per il continuo monitoraggio attraverso video e post condivisi da normali cittadini dotati della nuova tecnologia.

  

Ma dopo le elezioni sono emerse le contraddizioni di una rapida, innaturale evoluzione tecnologica piombata dall’esterno, fra l’entusiasmo generale.

   

Facebook è arrivato nel paese come un ragazzotto con lo zaino sulle spalle, un escursionista senza alcuna conoscenza del contesto,” spiega al Foglio Raymond Serrato, analista informatico a Berlino e osservatore del Myanmar.

   

Una scena di A Cambodian Spring, film di Chris Kelly del 2018


 

Wirathu è stato libero di diffondere retorica anti-rohingya e incitare all’odio fra la comunità buddhista e musulmana per molti mesi prima che il suo account fosse chiuso all’inizio di quest’anno – e dunque mesi dopo la formalizzazione, da parte delle Nazioni Unite, dell’accusa di pulizia etnica.

 

“Le tensioni in Rakhine c’erano anche prima dell’arrivo di Facebook. Ma Facebook fa scattare il meccanismo della propagazione”, dice Serrato. Dopo gli attacchi della Arakan Rohingya Salvation Army nell’agosto 2017, l’interazione fra utenti di gruppi legati al movimento di Wirathu, Ma Ba Tha, è incrementata a dismisura, così come l’utilizzo della parola “Rakhine”, lo stato da cui sono stati espulsi in massa i rohingya.

 

Se da un lato questo è normale sulla scia di un evento di grande risonanza, l’immediata possibilità da parte di gruppi nazionalisti di avere una piattaforma anti-rohingya ha permesso di uniformare e cristallizzare una narrativa appiattita sullo spauracchio del terrorismo internazionale, presentando l’espulsione di un’intera minoranza come un’operazione di difesa. L’azione dei militari appare a tratti pianificata nei dettagli, ma Facebook ha fornito l’ingrediente della legittimazione, cruciale nel determinare la forma mentis di una società ancora vulnerabile.

   

Una coalizione di gruppi della società civile di otto paesi, inclusi Myanmar, Bangladesh, Sri Lanka, Vietnam, Filippine, India, Siria ed Etiopia ha chiesto e ottenuto un incontro con Facebook, andando oltre l’accusa di ingenuità, per parlare invece di “scriteriata spinta all’espansione nel tentativo di catturare i mercati emergenti”.

   

“In questo processo”, scrivono, “Facebook ha costantemente mancato di investire nella elementare comprensione del contesto, della lingua locale, delle risorse umane necessarie a garantire la sicurezza degli utenti in regimi oppressivi – una mancanza che ha conseguenze reali, inclusa la perdita di vite umane”.

  


“I recenti cambiamenti nell’algoritmo del social network favoriranno l’interazione fra gruppi”, fonte di disinformazione


 

La stessa durezza è stata espressa da Maria Ressa, cofondatrice di Rappler, il più grande sito di news delle Filippine, dove Facebook ha 67 milioni di utenti su una popolazione di circa 100, secondo il portale Statista. Qui Duterte ha saputo usare Facebook con arguzia e spregiudicatezza per vincere le elezioni del 2016, tanto da essere nominato “il re delle conversazioni su Facebook” dallo stesso social.

  

Secondo Ressa, oggetto di attacchi e minacce da parte dei troll governativi, il gigante americano ha evitato di mettere in atto misure più decise al fine di salvaguardare la propria crescita nella regione. “Non siete dei media, ma fareste bene ad assorbirne i valori”, ha detto Ressa questo giugno durante la East-West International media conference a Singapore, rivolgendosi direttamente a Facebook e ad altre compagnie di social network americane, “Perché controllate uno spazio pubblico, siete la causa del ritiro della democrazia e venite utilizzati dagli autocrati”.

 

Dal punto di vista tecnico, sono mancati investimenti nelle risorse umane, necessari per capire il contesto locale. In Myanmar, per esempio, “il problema è che, come anche in Sri Lanka, la detection automatica di parole chiave non funziona perché i font sono diversi, le conoscenze linguistiche di birmano di Facebook limitate, e molti post violenti sono comunque di foto, per cui ci vogliono persone in grado di identificare i contenuti. Senza contare che i recenti cambiamenti nell’algoritmo del social network favoriranno proprio l’interazione fra gruppi, che in Myanmar hanno dato prova di essere una formidabile fonte di disinformazione”, continua Serrato.

 

La compagnia di Mark Zuckerberg ha tentato di correre ai ripari dopo essere stata accusata per il suo ruolo in questa serie di emergenze democratiche. Il gruppo ha mandato delegazioni in vari stati e afferma di aver potenziato le proprie competenze linguistiche assumendo personale qualificato nella regione. La prima settimana di giugno – nove mesi dopo l’inizio della ‘clearance operation’ ai danni della minoranza rohingya – il gruppo birmano Ma Ba Tha ed esponenti di spicco sono stati espulsi dal social network.

  

Secondo Irene Pietropaoli, consulente legale indipendente a Yangon specializzata in diritti umani e business, Facebook ha agito troppo tardi, anche a causa delle limitate responsabilità legali del social network.

  

“Il cuore del problema della regolamentazione delle piattaforme online come Facebook, in Myanmar o altrove, è questo [..]: Non c’è alcuna regolamentazione internazionale per Facebook e le leggi nazionali come quella per la diffamazione si concentrano solo sugli utenti, non sulla compagnia,” spiega Pietropaoli.

  

La rapida diffusione di notizie false ha riguardato anche Twitter, e la diaspora rohingya, impegnata a promuovere la difesa dell’etnia – anche con foto false. Come la foto di cadaveri rituittata dal viceministro turco Mehmet Simsek, immediatamente utilizzata dal portavoce del governo birmano per presentare il Myanmar come vittima di una narrazione internazionale falsata.

 

“Twitter è stato usato per convincere la comunità internazionale, Facebook per costruire la narrativa interna”, spiega Serrato.

 

Del resto, l’appropriazione del mezzo si fa sempre più sofisticata, palesando le crescenti difficoltà, da parte di società democraticamente deboli, di competere nell’uso dei social media con il potere costituito. Per trasferire al governo il ‘tesoro’ di Facebook, il Vietnam ha votato una legge che costringe gli operatori di internet a immagazzinare i dati nel paese – e quindi ad aprire l’accesso degli account degli utenti al governo in caso di “violazione della legge”. Questa includerebbe non solo “propositi contro lo Stato” ma anche il tentativo di distorcere la storia o negare le “conquiste rivoluzionarie”.

 

Anche il venerabile Sovath, in Cambogia, è consapevole dei pericoli. Ma crede ancora in Facebook come propulsore della democrazia: “Facebook è come una motocicletta, dipende da chi la guida”.

  

A differenza della Radio Libre des Mille Collines, utilizzata dagli Hutu durante il genocidio in Ruanda, Facebook è colpevole di non aver monitorato i contenuti, non di averli generati. Il social network è esploso nel sud est asiatico e ha portato con sé una distorsione più ampia, che riguarda media internazionali, investitori globali e stagionati governi occidentali: le (molte) elezioni libere non fanno una democrazia.

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