Lo spin doctor del Cremlino che vuole curare i guai di popolarità di Putin

Micol Flammini

Roma. C’è un sognatore al Cremlino, che vorrebbe fare della Russia non solo una potenza economica, ma un laboratorio di idee che aiutino a capire come gestire la società. E’ un tecnocrate, non un politico, conosce quasi tutti i segreti della storia russa, è stato primo ministro nel 1998 con Boris Yeltsin e capo della commissione per il controllo della Rosatom, l’impresa statale russa per l’energia nucleare. Ama la filosofia, soprattutto la branca che si occupa della comunicazione, e ha una passione per Georgi Shchedrovitsky, il pedagogo che negli anni Cinquanta insegnava che la realtà poteva essere alterata e gli esseri umani programmati come macchine anche attraverso l’uso del linguaggio.

 

E’ arrivato al Cremlino nel 2016 e a lui si deve la grande vittoria delle elezioni di marzo, o per lo meno così crede Putin che ha deciso di insignirlo del titolo di “eroe della Federazione russa”. Per ora è un pettegolezzo del giornale Kommersant e tra qualche giorno arriverà la conferma, ma Sergei Kiriyenko, questo è il suo nome, sta facendo una piccola rivoluzione dedicando molta attenzione alla comunicazione. E’ così che, su suo consiglio, gli spin doctor sono arrivati anche al Cremlino. Lo scrive Vedomosti. E’ un gruppo “informale” di esperti, racconta il quotidiano russo, che sta lavorando da un paio di settimane alla più grande crisi di popolarità davanti alla quale il presidente russo si sia mai trovato. La riforma delle pensioni annunciata il 14 giugno, giorno di inizio dei Mondiali, non è piaciuta ai russi. La loro aspettativa di vita è di 72 anni e secondo la nuova legge, sicuramente necessaria come hanno fatto notare tutte le organizzazioni internazionali dalla World Bank all’Fmi, i russi dovrebbero smettere di lavorare a 65. Ma quello che la Russia non sta perdonando a Putin è soprattutto il non aver tenuto fede a una promessa; il presidente aveva giurato che mai avrebbe costretto il suo popolo a lavorare di più. Eppure la riforma c’è e nonostante le proteste verrà approvata proprio perché è necessaria.

 

A nulla sono valsi i tentativi, vecchio stile, del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, che si è affannato in queste settimane a dire che Putin con la riforma non c’entra nulla, che è tutta colpa del primo ministro, Dmitri Medvedev. Non ha convinto, e Putin si trova davanti a una crisi di popolarità senza precedenti. Dal 76 per cento raggiunto alle elezioni di marzo – grazie al lavoro di Kiriyenko – è sceso al 54, il risultato più basso dal 2013. All’epoca, la sua popolarità venne riscatta dall’annessione della Crimea, e ora, che nemmeno il successo ai Mondiali gli è di aiuto, il Cremlino punta sulla comunicazione. Che qualcosa fosse cambiato si era intuito osservando Twitter. Dall’inizio del suo quarto mandato l’account Vladimir Putin è più attivo, anche quello del Cremlino che documenta le sue attività sia in inglese sia in russo in modo puntuale. L’infatuazione per gli anni Novanta è improvvisamente terminata nei palazzi del potere moscoviti e molto si deve a Sergei Kiriyenko che è entrato in punta di piedi nello staff dell’Amministrazione nel 2016 per garantire a Putin la vittoria con la formula 70/70, il 70 per cento dei voti con il 70 per cento di affluenza. Ottenuto il risultato sperato, l’ex premier è stato riconfermato e ora si trova davanti a una sfida ancora più ardua.

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