Ai confini (esterni) di Schengen

Paola Peduzzi

Per proteggere la mobilità interna dell’Europa dobbiamo prima di tutto proteggere le frontiere esterne, ha detto il premier austriaco, Sebastian Kurz, al Parlamento europeo, inaugurando il semestre della presidenza austriaca dell’Unione europea. Nel “medio-lungo termine” l’Europa senza frontiere sarà di nuovo possibile, ma oggi le priorità sono altre, e proteggersi significa prima di tutto farlo all’interno dei propri confini, rivedendo le politiche con i paesi vicini – e quando Kurz dice “frontiera sud” è all’Italia che parla, è al Brennero che pensa. Il cortocircuito degli interessi nazionali che messi in fila e sommati non fanno un interesse comune è tutto qui: a ogni azione corrisponde una reazione, senza contare gli effetti sugli altri. L’Italia non collabora, la Germania fa da sé e l’Austria si protegge dall’Italia. Così l’asse degli intransigenti con cui l’Italia vuole parlare e rifondare l’Europa è il primo a voltare le spalle all’interesse italiano.

 

Tutto parte dalla Germania, dallo scontro tra la cancelliera Angela Merkel e il suo ministro dell’Interno Horst Seehofer che ha condizionato il dibattito sull’immigrazione in Europa. La Merkel ha cercato azioni condivise, mentre il suo ministro premeva per fare da sé, respingimenti alla frontiera (bavarese) senza accordi con nessuno, unilateralismo purissimo. La cancelliera è riuscita a convincere gli altri europei – compreso Kurz – che fosse meglio muoversi per accordi comuni e bilaterali, in modo da salvare Schengen.

 

Spagna e Grecia hanno firmato un accordo con la Merkel per riprendere indietro i migranti che proveranno ad andare in Germania. Seehofer voleva un mandato più ampio, pochi legacci, prima i tedeschi (e i bavaresi: si vota a ottobre), e ha minacciato di dimettersi, salvo poi accorgersi che la Merkel lo avrebbe sostituito in fretta, per di più con un membro del suo partito per evitare la scissione tra Cdu e Csu (la sorella bavarese della Cdu), e che l’unico a rimetterci sarebbe stato lui. Così Seehofer è tornato sui suoi passi, ha fatto la voce grossa con la Merkel (io ti ho creato io ti distruggo: hanno riso tutti) e ha preteso che nel suo piano sull’immigrazione ci fosse una concessione in più, che ha un impatto diretto sull’unico paese tra quelli di primo approdo che non ha voluto collaborare con la cancelliera.

Seehofer vuole creare dei centri di trasferimento vicino alle frontiere tedesche dove verificare rapidamente i movimenti secondari e rimandare al paese di primo approdo chi ha già fatto richiesta di asilo in un paese dell’Ue. Madrid e Atene hanno dato il consenso al trasferimento in cambio di altre concessioni, Roma no: per chi arriva dall’Italia quindi il respingimento è immediato, e avviene in Austria. E’ per questo che Kurz ha subito detto che se questa è la politica della Germania, allora bisognerà “proteggere” – leggi: chiudere – le frontiere a sud con l’Italia. La Merkel aveva cercato di scongiurare questo “effetto domino” che porta alla fine di Schengen e soprattutto all’esclusione dell’Italia dall’area di libera circolazione, ma il governo Conte non ha voluto accettare la sua proposta (e di Macron) e così Roma ora si ritrova isolata per mano dei suoi alleati privilegiati – o considerati tali – come Seehofer e Kurz.

 

Al momento la politica della Germania non è ancora del tutto definita: è l’Spd, partner della grande coalizione, a voler dire la propria, visto che nel 2015 si era ribellata alla costruzione di questi centri di trasferimento (che comunque esistono già: il Financial Times ha pubblicato un reportage in uno di questi, l’effetto complessivo non è rassicurante). Ma l’intransigenza imposta dall’Italia a livello europeo sta mostrando i suoi effetti collaterali a danno proprio dell’Italia, con il costrutto europeo che si indebolisce – fuori da Schengen non si sta bene, se non si collabora con gli altri europei ancora meno: basta chiedere ai greci – e senza che ci sia una reale emergenza. Il flusso dal mare è ridotto – anche se i dati Ispi sulle morti nei naufragi nel mese di giugno sono agghiaccianti: la rotta libica è diventata la più rischiosa dal 2016, uno su dieci muore o non viene salvato (disperso) – e per poche migliaia di immigrati si sta distruggendo un sistema di libertà di circolazione che era sopravvissuto persino al picco migratorio del 2015.

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