Due ragioni per cui la superLega di Salvini non conviene a Orbán

David Carretta

Bruxelles. Matteo Salvini si è candidato a diventare l’anti Macron su scala continentale, annunciando il progetto di una “Lega delle Leghe d’Europa” per trasformare le elezioni del maggio del 2019 per rinnovare l'Europarlamento in un “referendum” sull’Unione europea. Nel momento in cui Emmanuel Macron sta cercando di costruire un movimento europeista sul modello di En Marche in Francia, che vuole scomporre e superare le forze politiche tradizionali di sinistra e destra, il leader della Lega e ministro dell’Interno italiano aspira a unire “tutti i movimenti liberi e sovranisti che vogliono difendere i loro popoli e le loro frontiere”. Se il presidente francese vuole “rifondare l’Europa” per rilanciarla, Salvini intende far cadere il “muro di Bruxelles” per abbattere l’Ue. Ma il progetto di Salvini rischia di arenarsi a causa di due problemi principali. Primo, i Viktor Orbán, Sebastian Kurz e Horst Seehofer non hanno interesse ad allearsi con lui. Secondo, nel variegato mondo dei nazionalisti europei sono più le cose che dividono di quelle che uniscono. 

  

Le elezioni europee del prossimo anno segneranno una grande rivoluzione interna all’Europarlamento. Le due forze che tradizionalmente hanno dominato l’assemblea di Strasburgo – il Partito popolare europeo (Ppe) e il Partito socialista europeo (Pse) – subiranno un forte ridimensionamento in termini di seggi, e questo minaccia la loro capacità di governare l’Ue in grande coalizione. Puntando sugli europeisti che credono nella democrazia liberale e che vogliono dare più sovranità all’Ue, Macron ha accelerato i contatti con Ciudadanos in Spagna, il Partito democratico in Italia e altre forze politiche moderate negli Stati membri. La Lega delle Leghe d’Europa, invece, è ancora soltanto un’idea: “Consiste nel fare un’alleanza internazionale dei populisti, che per me è un complimento”, ha detto Salvini a Pontida domenica. I suoi interlocutori naturali dovrebbero essere quelle forze politiche che considerano l’Europa bianca, cristiana, da difendere dalle invasioni umane, religiose e di merci, dove i principi democratici possono essere messi in secondo piano in nome del popolo. Il capofila della cosiddetta “democrazia illiberale” è il premier ungherese, Viktor Orbán. Le sue tesi sull’immigrazione hanno contagiato leader più tradizionali appartenenti al Ppe, come l’austriaco Sebastian Kurz e il bavarese Horst Seehofer. Ma nessuno di loro ha davvero interesse ad abbandonare i popolari per avventurarsi con i populisti di Salvini.

  

Kurz è considerato la stella nascente del Ppe; Seehofer e i suoi amici bavaresi potrebbero andarsene solo in caso di rottura definitiva tra la Csu e la Cdu. Dentro la famiglia dei popolari, Orbán può beneficiare di status, influenza e protezioni: il premier ungherese partecipa ai vertici del Ppe al fianco di Angela Merkel, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk, dimostrando ai suoi compatrioti di non essere un paria. Sull’immigrazione, dopo le lodi a Merkel nel 2015, il Ppe ha imboccato la strada dell’orbanizzazione con la chiusura delle frontiere e i centri di smistamento dei migranti fuori dall’Ue. In termini di procedure per violazioni dello stato di diritto, la commissione Juncker è molto più comprensiva con l’Ungheria di Orbán che con la Polonia in mano al partito nazionalista Legge e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski.

  

Anche sul fronte dei “meno presentabili”, l’appeal di Salvini è limitato. Il polacco Kaczynski, il cui partito all’Europarlamento attualmente siede con i conservatori britannici, non può permettersi di allearsi con chi loda apertamente la Russia e il suo presidente Vladimir Putin. I populisti scandinavi – dai Democratici svedesi al Partito popolare danese, passando per i Veri finlandesi – non vogliono essere associati all’estrema destra. Così l’internazionale salviniana rischia di essere confinata a quella che è oggi nel gruppo Europa delle nazioni e delle libertà all’Europarlamento: Lega, Front national di Marine Le Pen, Vvd olandese di Geert Wilders e Fpö austriaca di Heinz-Christian Strache. Al massimo si può allargare a qualche altra frangia della destra dura o dell’estrema destra come i nazionalisti fiamminghi della Nva o di Alternativa per la Germania.

  

L’unico scenario che potrebbe portare a Salvini i numeri per contare all’Europarlamento prevede un’implosione del Ppe: il malessere nei confronti di Orbán sta crescendo tra i popolari. In un voto alla commissione Libertà pubbliche la scorsa settimana, metà dei deputati del Ppe ha votato a favore di una procedura per violazione dello stato di diritto contro l’Ungheria. La rottura dell’Unione tra Cdu e Csu a Berlino avrebbe ripercussioni a Bruxelles e Strasburgo. Il francese Laurent Wauquiez sta orbanizzando i Républicains. Ma l’implosione del Ppe alla fine potrebbe rivelarsi controproducente per Salvini, spingendo la maggioranza dei conservatori (quelli moderati ed europeisti come la Cdu di Merkel) tra le braccia di Macron.

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