Battaglia suprema

Mattia Ferraresi

New York. Il pensionamento del giudice Anthony Kennedy ha aperto una febbrile danza di pressioni e rivendicazioni, calcoli politici e lobbying, presagi di trionfi e ritirate in trincea che domina l’intero spazio del dibattito a Washington. La decisione del rimpiazzo, già di per sé cruciale, s’incrocia con la fase calda della corsa verso le elezioni di midterm dove la posta in gioco per Donald Trump e i repubblicani non potrebbe essere più alta. Il presidente, normalmente incapace di concentrarsi su un dossier in modo approfondito, sembra invece proteso verso un compito di cui coglie la portata politica e storica. Ai consiglieri ha già spiegato i tre criteri fondamentali che guideranno la scelta: il sostituto deve essere giovane, meglio se sotto i cinquant’anni, conservatore e deve essere un costituzionalista. Trump ha affidato la guida della selezione a Leonard Leo, vicepresidente della Federalist Society, che poche ore dopo l’annuncio di Kennedy ha comunicato di aver preso un’aspettativa e si è messo al lavoro. Giurista cattolico e già stratega di George W. Bush che si muove con disinvoltura fra i burocrati dell’Onu e i cavalieri di Malta, Leo è stato l’artefice della scelta di Neil Gorsuch per rimpiazzare il defunto Antonin Scalia, l’operazione politica più riuscita e redditizia dell’èra Trump. Il consulente ha spiegato che il candidato per sostituire Kennedy “sarà certamente uno con una comprovata esperienza giudiziaria”, il che elimina dalla lista dei venticinque profili stilata prima della scelta di Gorsuch – e dalla quale Trump dovrebbe pescare di nuovo – almeno il senatore Mike Lee. Il dato anagrafico, enunciato da Trump come primo criterio, ne elimina automaticamente almeno altri cinque. Thomas Hardiman, giudice della Corte d’appello del terzo distretto, lo stesso in cui lavora la sorella di Trump, era stato il finalista assieme a Gorsuch, e quindi il suo nome potrebbe essere bruciato.

  

C’è poi una considerazione sulla provenienza geografica del candidato che, se anche sfugge a Trump, non sfugge al suo consigliere. Gorsuch è del Colorado, quindi è improbabile che la scelta cada su un altro candidato del West. William Pryor e Kevin Newsom, entrambi dell’Alabama, potrebbero aggiungere un tocco del sud alla corte, e il secondo ha anche il notevole vantaggio dell’età: 45 anni. Le voci che trapelano dicono però che in cima alla shortlist ci sono al momento i nomi di Brett Kavanaugh, che è nella corte d’appello nel distretto di Columbia, e Amy Coney Barrett, anche lei giudice federale nel settimo distretto. Il primo è una garanzia conservatrice già ampiamente integrata nell’establishment di Washington, la seconda è una 46enne dell’Indiana, cattolica e con sette figlie che alla sua conferma al Senato è passata indenne attraverso il fuoco di domande (e illazioni) di Dianne Feinstein, secondo la quale “il dogma vive rumorosamente dentro di lei”, frase che ha un senso incerto anche in inglese ma è rimasta nella storia. Inoltre, si tratta di una donna, e l’elemento femminile è centrale in questa fase. La maggioranza risicatissima dei repubblicani al Senato ha acceso i riflettori su Lisa Murkowski e Susan Collins, le uniche senatrici pro choice del Gop, che sono diventate le persone più corteggiate dai democratici nella capitale. In teoria, uno solo dei loro voti potrebbe bastare a bloccare la nomina trumpiana, ma non bisogna dimenticare che tre democratici moderati hanno votato a favore di Gorsuch, e a novembre affrontano elezioni durissime in stati a maggioranza trumpiana. Giusto giovedì Joe Manchin, Joe Donnelly e Heidi Heitkamp sono stati ricevuti da Trump alla Casa Bianca.

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