Ma come sono belle America ed Europa insieme, “inarrestabili”

Paola Peduzzi

Milano. Quando l’America e l’Europa “lavorano insieme, sono inarrestabili”, ha detto Gordon Sondland, il prossimo ambasciatore americano in Europa, se sarà confermato dal Senato. Durante le audizioni alla commissione per le Relazioni esterne, Sondland ha detto che cercherà di “abbassare la temperatura” dello scontro transatlantico, e di riportarla a quella della stagione felice (mai felicissima ma la nostalgia, si sa, è selettiva) in cui si camminava insieme, forti di un’alleanza inossidabile. E’ piuttosto strano sentire queste parole da un americano che vuole rappresentare l’Amministrazione Trump, e infatti l’aggettivo che più s’abbina a Sondland nei ritratti che gli sono stati dedicati è “improbabile”: in comune con il presidente americano, Sondland ha soltanto il fatto di essere un ricco magnate del business degli alberghi, per il resto è un repubblicano ala moderata, ha fatto fundrasing per i Bush, per Mitt Romney, per John McCain, gli anti Trump per eccellenza. E’ facile immaginare che ci saranno scintille, ma considerato il peso che Donald Trump dà ai diplomatici e alla diplomazia in generale, è altrettanto facile ipotizzare che la posizione conciliante di Sondland risulterà irrilevante: per il presidente americano gli europei sono scrocconi ingrati, che approfittano della generosità americana fornendo in cambio soltanto lamentele e pretese. Dopo esser partito con il muso lungo dal G7 canadese, dopo aver imposto dazi pesanti all’Europa, Trump vuole – o almeno così si dice: siamo diventati cauti con le previsioni – continuare la linea dura nei confronti degli alleati anche in occasione della sua visita europea a luglio, in particolare alla riunione della Nato, visto che è proprio la pretesa europea di godere dell’ombrello americano per la difesa a farlo più infuriare. Nella visione protezionista e nazionalista di Trump, la relazione transatlantica è più che altro un fardello, e la Casa Bianca si aspetta di trarre beneficio dalle contraddizioni che costellano i rapporti tra gli stati occidentali. Un esempio per tutti è quello del settore dei latticini: Trump ha accusato il Canada di essere “disonesto” e “debole” quando si è lamentato dei dazi sull’acciaio, e ha twittato che quelle misure protezioniste erano state prese in risposta “al suo 270 per cento sui latticini!”. Su questo gli europei concordano: un esponente del settore ha detto a Politico che “il Canada è, nel mondo dei latticini, una Corea del nord”, dando voce al malessere del Vecchio continente nei confronti delle politiche commerciali canadesi in questo comparto industriale. Poco importa se, nello specifico, i latticini canadesi contano soltanto per l’1 per cento nel commercio mondiale dei prodotti caseari: contano le divergenze, i piccoli buchi nel tessuto delle relazioni occidentali, e la possibilità per l’America di trarre qualche vantaggio.

 

La diplomazia al contrario vuole ricucire, è per questo che il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è stato invitato a Washington: non capitava da decenni. Non c’è una data, né c’è la certezza che l’incontro avverrà, ma c’è la volontà di tenere in piedi le relazioni transatlantiche nonostante i continui sgarri. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, dice da tempo di rimboccarsi le maniche e di lavorare, pensare, senza più tener troppo da conto l’alleanza con l’America, ma come dimostra la questione iraniana – il ritiro di Trump dall’accordo internazionale – non è possibile trovare un partner sostituto equivalente alla superpotenza americana. E’ anche e soprattutto una questione di valori, e questo è l’ambito che più tormenta analisti e politici. Come ha detto ieri Tony Blair, ex premier britannico, in un battagliero discorso alla Chatham House, “l’alleanza transatlantica è il fondamento del nostro sistema di valori e del nostro stile di vita”: se insieme Europa e America sono inarrestabili, divise rischiano di restare ferme. Entrambe.

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