Con l’appoggio di Trump, Orbán rovescia il federalismo europeo

Paola Peduzzi

Milano. La costruzione di un’Europa alternativa, un’alt-Europa di muri e di rifiuti, passa dalle pressioni su Angela Merkel, la cancelliera tedesca che custodisce valori e spirito dell’Europa come l’abbiamo conosciuta finora. Donald Trump colpisce da lontano, dall’altra parte dell’Atlantico, laddove fa male, sulla politica di apertura – “se non hai confini, non hai una nazione!” – e fa ruotare la sua strategia sull’ennesima accusa non circostanziata contro la Germania: l’Europa approfitta della generosità commerciale degli Stati Uniti, tiene le porte aperte lasciando che la sicurezza interna si indebolisca e poi viene a chiedere agli Stati Uniti aiuto e sostegno per la propria difesa. La politica dei dazi, la chiusura sull’immigrazione, il prossimo showdown a luglio al vertice della Nato sulle spese da sostenere per mantenere viva e vigile l’Alleanza: questa è la strategia di Trump, e al centro del bersaglio c’è la Germania, c’è Angela Merkel.

 

Trump è un sostenitore esterno dell’alt-Europa, assieme a Vladimir Putin che è un po’ meno specifico, anche perché ha meno consessi internazionali in cui far valere il proprio peso: per il capo del Cremlino va comunque bene ogni genere di destabilizzazione. Ma l’alt-Europa non starebbe prendendo forma senza un motore interno, che è scaldato dall’Ungheria di Viktor Orbán, il premier-ideologo che fornisce, ogni volta che parla, argomenti ai suoi alleati per portare avanti la protesta contro l’Europa liberale, e per costruire un’alternativa. L’ultima campagna di Orbán è speculare a quella del francese Emmanuel Macron e va dritta alle elezioni europee, quando le due anime del continente si scontreranno e si conteranno: bisogna soltanto capire come organizzare le truppe.

 

Parigi vuole esportare il modello En Marche! in Europa, costituendo una formazione politica che attiri i moderati e i liberali indipendentemente dalla famiglia politica di appartenenza; Orbán vuole invece creare un polo nazional-sovranista che rappresenti l’alt-Europa. A differenza di Macron però il premier ungherese non punta a costruire una compagine nuova e anzi, in un discorso che ha tenuto domenica, ha spiegato perché “un fronte del popolo anti populista” è un errore: la battaglia dei conservatori va fatta all’interno del Partito popolare europeo. Di più: per Orbán, il Ppe c’est moi. “Noi siamo senza dubbio la Csu del Ppe – ha detto Orbán, facendo riferimento ai cristiano-sociali tedeschi guidati da Horst Seehofer, che non a caso oggi è il primo a fare pressioni sulla Merkel, a lanciarle ultimatum sull’immigrazione – Siamo l’ala destra, la piattaforma cristiano-democratica del Ppe. Siamo convinti che è arrivato il momento della rinascita democratica e cristiana. Al contrario dei liberali, la politica cristiana è in grado di proteggere le persone, le nostre nazioni, le nostre famiglie, la nostra cultura che affonda le sue radici nella cristianità, nell’uguaglianza tra uomini e donne: in altre parole, il nostro stile di vita europeo”. In questa alt-Europa l’immigrazione non è un problema per il semplice fatto che “se difendiamo i nostri confini, il dibattito sulla distribuzione dei migranti diventa inutile, visto che non ci saranno migranti da redistribuire”. Resterebbe il problema dell’integrazione, ma anche quello è presto risolto: chi è già entrato “non dovrebbe essere distribuito” tra i paesi membri, “andrebbe rimandato a casa” – e l’Ungheria si offre volontaria per dare “assistenza nell’organizzare il trasporto dei migranti” a casa loro. Voi europei ci parlate tanto di tolleranza, dice Orbán, e noi tolleriamo che la vostra politica di apertura abbia cambiato la conformazione culturale e sociale del continente: voi siate tolleranti con noi, che vogliamo restaurare la nostra identità. Difesa, budget, procedure arriveranno di conseguenza: l’alt-Europa esclude ogni forma di federalismo, ogni abbraccio più stretto tra paesi europei. Prima gli interessi nazionali, chi resta incastrato nell’ingranaggio dell’alt-Europa al limite soccomberà.

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