Si può essere ragionevoli e sexy? Un pamphlet inglese prova a spiegare come si fa

Paola Peduzzi

Milano. In ventiquattro ore il prezzo del biglietto si è più che dimezzato, dieci sterline e potevi partecipare, ma se aspettavi ancora un po’ e chiedevi in giro, alla fine potevi entrare gratis. Il grande concerto per celebrare la rockstar della politica britannica, il leader del Labour Jeremy Corbyn, non è andato come speravano gli organizzatori quando ebbero l’idea, un paio di mesi fa, del Labour Live (ribattezzato #Jezfest, il festival di Jeremy): allora Corbyn era avanti nei sondaggi, avanti nei cuori degli elettori di sinistra, avanti persino tra gli anti Brexit, illusi di natura.

 

Poi la stella di Corbyn si è offuscata, i sondaggi sono tornati nella norma, i parlamentari che si sono ribellati al suo diktat, la settimana scorsa, sono stati addirittura novanta – non tutti compatti ovviamente, ché sarebbe troppo facile opporsi andando nella stessa direzione, ma comunque tantissimi. E il Labour Live piano piano ha perso fascino, c’era chi contava addirittura sulla pioggia: se c’è qualcosa o qualcuno cui dare la colpa, sei comunque più leggero (c’era il sole). Come nella migliore tradizione, il conteggio dei partecipanti varia da tremila a ventimila, le inquadrature dei laburisti mostrano un pubblico grande, caldo e allegro, quelle dei conservatori si concentrano sugli spazi vuoti, ma senza troppa enfasi: ci sono comunque più persone sotto al palco del concerto laburista mezzo riuscito che tra gli attivisti dei Tory. Quando Corbyn è arrivato sul palco, si è alzato un cartellone enorme, bianco con la scritta rossa – “Stop Backing Brexit”– portato dai ragazzi che stanno organizzando per il 23 giugno, a due anni dal referendum sull’uscita dall’Europa, una manifestazione per chiedere una nuova consultazione sull’esito del negoziato tra Londra e Bruxelles. I ragazzi del cartellone sono stati invitati ad andarsene, e il loro messaggio è stato sostituito con slogan pro Corbyn e con l’inno dedicato al leader laburista (“Ooh! Jeremy Corbyn”). S’è poi ballato, cantato, ci si è abbracciati come si fa ai concerti, ci si è fotografati come si fa ovunque: noi ci siamo, siamo qui, questo Labour restaurerà il sogno britannico, fuori o dentro l’Ue, vedete voi.

 

Le foto al tramonto con il palco illuminato e i ragazzi accaldati raccontano che il Labour è il partito che più attrae i giovani, non ha rivali, ma la frattura sulla Brexit è profonda, e di questo passo rischia di non cicatrizzarsi più. E infatti appena il palco è stato smontato e la guerra sui numeri si è placata, è ricominciata la battaglia: ci si conta ai Comuni per capire che peso avrà il Parlamento (e forse il popolo) nella gestione del negoziato sulla Brexit, e si discute su tutto il resto, le idee, il futuro, le promesse, sul fatto che davvero il Labour sia un partito di opposizione sul tema Brexit.

 

Ieri mattina Chris Leslie, laburista corrente Gordon Brown in contrasto con Corbyn fin dalla sua elezione (è stato molto critico sulla questione dell’antisemitismo nel Labour), ha pubblicato un piccolo saggio che si intitola “Centre Ground – Six Values of Mainstream Britain” recuperabile sul sito della Social Market Foundation. In cinquantacinque pagine, Leslie spiega che i moderati non devono chiedere scusa se abitano in un’area dello spettro politico – il centro – che non è particolarmente sexy: “Il centro può non avere i cartelloni, gli inni, le tempeste twitterole e il fervore ideologico della sinistra radicale, ma è un parte importante del nostro dibattito politico eche dovrebbe smettere di chiedere scusa per la propria ambizione di ragionevolezza e iniziare ad avere fiducia nella propria identità, e a tirar fuori la voce”.

 

Il populismo è dappertutto ma ancora non ha conquistato il Regno Unito, dice Leslie, delineando i sei valori che resistono nel mainstream britannico: fair play, responsabilità, prove e non ideologia, opportunità, democrazia parlamentare e una determinazione indefessa a guardare il futuro. Leslie cerca di declinare questi principi nella realtà, parla di diseguaglianza facendo due conti su quel che si può fare per contrastarla e quel che invece resta nella categoria della propaganda, insiste sul ruolo del Parlamento in vista dell’accordo (sperando che ci sia) sulla Brexit, ma soprattutto insiste sulla responsabilità. L’antidoto al populismo, secondo Leslie, sta tutto qui, nella responsabilità, nel fatto di dover rendere conto di quel che si fa uscendo dagli slogan ed entrando nel mondo della ragionevolezza. Dicono che questo paper è un manifesto per il terzo partito che molti sognano e nessuno fa (il suo leader sarebbe, in questo caso, Chuka Umunna), ma gli interessati smentiscono: è più che altro un modo per non sentirsi in colpa se si è ragionevoli, qualcuno potrebbe persino trovarlo sexy.

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