L'ultimo scontro tra falchi americani sul summit di Singapore

Paola Peduzzi

Milano. Nell’ultima puntata del reality di Donald Trump sulla politica estera, il segretario di stato, Mike Pompeo, ha litigato con il consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton. Per molti non è stato un colpo di scena: c’è un nutrito gruppo di spettatori che da tempo sostiene che i due falchi, il primo che si è conquistato la fiducia del presidente lavorando assieme a lui, il secondo che l’ha acciuffata dopo molti rifiuti, siano disegnati per scontrarsi, e non potranno sopravvivere entrambi. Ma dopo un anno di tormenti, sgambetti, insulti, licenziamenti e rinomine, che hanno finito per depotenziare il ruolo del dipartimento di stato e del Consiglio per la sicurezza nazionale (dell’apparato diplomatico non è neppure il caso di discutere), molti si aspettavano una tregua, soprattutto in questa fase delicata in cui l’Amministrazione Trump ha cestinato l’accordo nucleare con il regime iraniano e si appresta invece a negoziare con il regime nordcoreano. Ma la tregua, se mai c’è stata, è svanita, proprio a causa della questione nordcoreana – il vertice fra Trump e Kim Jong-un è previsto tra sei giorni, il 12 giugno, a Singapore.

   

All’incontro preparatorio di venerdì scorso tra il presidente e il braccio destro di Kim, Kim Jong-chol, Pompeo non ha voluto portare Bolton. Secondo la versione ufficiale, la riunione doveva essere ristretta, pochi i nordcoreani e pochi gli americani, ma è facile intuire che l’esclusione di Bolton, il falco dei falchi sulla Corea del nord da sempre, abbia un significato politico più rilevante dell’assenza di sedie sufficienti attorno al tavolo. Secondo la Cnn, il primo a essere arrabbiato con Bolton è proprio Trump.

    

Bolton è stato il primo a evocare sulla questione nordcoreana il “modello libico”, che ha fatto irrigidire parecchio i negoziatori di Pyongyang. Il modello libico ricorda sì un compromesso sul nucleare raggiunto all’inizio degli anni Duemila tra il regime di Muammar Gheddafi e gli Stati Uniti, ma anche la fine che ha fatto lo stesso Gheddafi, ucciso dai ribelli libici mentre scappava dalle bombe sganciate dalla Nato, nel 2011. I nordcoreani sostengono che tecnicamente il paragone non regge perché loro sono già una potenza nucleare, mentre la Libia non lo era, ma l’orgoglio nazionale potrebbe anche essere maneggiato: è il finale della storia, la morte del dittatore, che non può piacere a un paese che si appresta a fare accordi con l’America. Dopo la citazione del modello libico, ribadita anche dal vicepresidente Mike Pence (che è stato definito da Pyongyang “un manichino politico”), i nordcoreani hanno cominciato a fare passi indietro, ed è iniziato l’ultimo balletto sul vertice che si fa e non si fa, le lettere, le minacce e quel che abbiamo visto negli ultimi giorni. Dopo aver usato toni duri, Trump però ha deciso di voler andare avanti con il vertice e con il dialogo, e Pompeo gli ha fatto notare che la presenza di Bolton all’incontro con il numero due di Kim sarebbe stata “controproducente”. Il modello libico è l’ultimo motivo di scontro diretto tra il consigliere per la Sicurezza nazionale e la leadership nordcoreana, che è pur sempre quella che nel 2003 definì l’allora ambasciatore all’Onu dell’Amministrazione Bush “feccia umana” e “sanguisuga”. Ma il modello libico è anche quello che ha fatto infuriare Pompeo, che da allora – raccontano i retroscenisti – ha iniziato a discutere con Bolton a più riprese: la tensione è ai massimi, ha detto una fonte della Casa Bianca alla Cnn, Pompeo è convinto che Bolton “porti avanti una sua agenda”.

  

Quel che conta però ai fini del vertice che infine si farà, salvo (possibili) crisi dell’ultima ora, è che l’approccio diplomatico e più conciliante di Pompeo ha vinto sul muso duro di Bolton. In questo il segretario di stato è appoggiato dal chief of staff del presidente, quel John Kelly che nelle puntate precedenti era parso sull’orlo della defenestrazione e che invece venerdì ha accolto cordialmente la delegazione nordcoreana e l’ha accompagnata nello Studio Ovale. Al momento Pyongyang sembra guidare la danza: non ha dovuto incontrare “la feccia umana” e nel frattempo non ha ancora accettato alcuna condizione sulla denuclearizzazione. Ma Trump è convinto che sulla Corea del nord si è sempre seguita una strategia convenzionale evidentemente fallimentare, e che in questo caso, con questo incontro storico, lui debba seguire il suo istinto. Ha grandi aspettative, questo è un vertice che può cambiare tutto, e da artista del deal sa che in questo momento tutto quel che è spigoloso va smussato. Ma molti esperti ed ex negoziatori sperano che al dunque l’America non firmi nulla di eccessivamente vincolante, che la notizia sia l’incontro e non altro: per oggi non compro niente, poi vedremo.

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