Quella voce russa e stridula e le prove sul volo abbattuto in Ucraina

Micol Flammini

Roma. Che a colpire il Boeing 777 della Malaysia Airlines fosse stato un missile russo si sapeva già. Giovedì scorso il gruppo investigativo Jit aveva presentato alcune prove e i sospetti ricadevano su una dozzina di persone ma il sito d’inchiesta Bellingcat, che indaga sull’abbattimento del volo MH17 dal 2014, è riuscito a identificare chi ha gestito il trasporto del sistema missilistico Buk attraverso il confine tra Russia e Ucraina. Tutto è partito dall’intercettazione di una conversazione tra un colonnello dell’esercito russo, già identificato l’anno scorso con il nome di Nikolai Tkachev, e Orion, un ufficiale dell’intelligence stanziato probabilmente a Lugansk, una delle province del Donbass in mano ai filorussi. Orion è un nome in codice usato per coprire il vero protagonista della trattativa che però aveva un dettaglio, una particolarità, o meglio una caratteristica inconfondibile: quella voce “troppo alta”, “quasi femminile” e “atipica” che parlava di missili e confini era di Oleg Ivannikov, ufficiale dell’agenzia di intelligence militare russa (Gru). Ivannikov era a capo di una missione sotto copertura nell’Ucraina orientale proprio nello stesso periodo in cui fu abbattuto l’aereo. Nel 2015 ha lasciato la regione e da quel momento si sono perse le tracce. Né Bellingcat che ha condotto le indagini insieme al sito Insider, né il Jit sono ora in grado di rintracciarlo.

 

Ivannikov è di quelle figure nate per consegnare la loro vita nelle mani dello stato prima sovietico e poi russo. Cresciuto in una famiglia di militari in servizio nella Germania dell’est, conosce bene l’Ucraina, dove ha frequentato la scuola di Ingegneria aeronautica militare di Kiev. Per diventare un perfetto servitore del Cremlino, non si potevano frequentare solo le scuole, seppur validissime, delle province dell’impero e così Ivannikov finisce gli studi a Mosca. Viene poi mandato a Rostov sul Don, città dalla quale, dicono i russi, si aprono “le porte del Caucaso”. Per lui le porte del Caucaso si spalancarono e con il nome di Andrei Laptev, nel 2004, arriva in Ossezia del sud in un crescendo di ostilità e tensioni tra la regione e la Georgia. In Ossezia del sud diventa presidente del Consiglio di sicurezza e poi, due anni dopo, ministro della Difesa. Sempre quella voce, troppo stridula, inappropriata per un uomo cresciuto tra i ranghi dell’esercito. Nel 2008, pochi mesi dopo il secondo conflitto tra Russia e Georgia, Laptev, ossia Ivannikov, si dimette per tornare a Mosca. Nella capitale continua a studiare e la sua tesi di laurea è una premonizione o forse un avvertimento per i paesi occidentali: “La natura complessa della guerra dell’informazione nel Caucaso: aspetti sociali e filosofici”. Il Caucaso lancia la sua carriera all’interno del Gru e nel 2013 torna in Ossezia del sud con il suo vero nome e tutti nella voce di quell’Ivannikov riconoscono il taciturno ministro della Difesa Laptev. Secondo Bellingcat, viene mandato nell’Ucraina orientale nel 2014. Il Cremlino ha sempre negato la presenza di ufficiali russi nel Donbass, ma di tracce ce ne sono in abbondanza e al confine inquieto tra Russia e Ucraina da subito era stato creato un centro di comando dove gli stessi ribelli filorussi hanno raccontato di aver conosciuto Ivannikov. Altre fonti hanno riferito di contatti tra l’ufficiale russo e Igor Plotnisky, leader della Repubblica di Lugansk. Sulla base di queste prove, Bellingcat ha ipotizzato che Ivannikov fosse incaricato di coordinare le attività dei separatisti e dei mercenari della Wagner.

 

Ieri a Bruxelles si sono incontrati i ministri degli Esteri europei che si sa, da qualche settimana a questa parte, guardano a Mosca con più indulgenza. Il Cremlino continua a negare ogni coinvolgimento, ma le prove aumentano, 298 persone sono morte a causa di un missile russo arrivato grazie a quella voce stridula, atipica e troppo femminile, che ora ha anche un nome. Uno degli obiettivi del vertice era capire come convincere la Russia ad ammettere le sue responsabilità. Condizione necessaria per rimanere indulgenti.

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