Pizza, migranti e l’amico Orbán. La Slovenia si prepara al populismo

Micol Flammini

Roma. Sorprende un po’ che un populista sloveno abbia deciso di lanciare la sua campagna elettorale con uno spot sulla pizza. Avrebbe potuto scegliere un piatto tipico, magari gli struklji, invece no, ha scelto la pizza, forse perché l’Italia con il suo governo giallo-verde sta diventando un’ispirazione (Bannon dixit: se funziona in Italia, può funzionare ovunque). In uno degli spot girati per promuovere la candidatura di Janez Jansa e del suo partito Sds, per le elezioni parlamentari di domani, una coppia torna a casa e vuole ordinare una pizza. Lui preferisce una pizzeria diversa, e ne sceglie una molto reclamizzata in tv, lei invece decide di rimanere fedele alla solita pizzeria. Arrivano tutte e due le pizze, contemporaneamente. Quella scelta da lui si presenta dentro un involucro infiocchettato, moderno e accattivante; l’altra invece dentro una scatola apparentemente insignificante con sopra la scritta Sds. Al momento di mettersi a mangiare, lui ha una brutta sorpresa: la sua pizza è a metà. Quella di lei, ordinata dalla solita pizzeria che negli anni non l’ha mai delusa, è perfetta, buona, affidabile, come un partito politico di vecchia data e come un aspirante premier che frequenta la politica slovena dagli anni Ottanta. Janez Jansa è il leader dell’Sds, il Partito democratico sloveno, e domenica potrebbe diventare un altro dei premier nazionalisti ed antieuropeisti europei. Secondo i sondaggi l’Sds è al 25 per cento, non abbastanza per ottenere i 46 seggi che costituiscono la maggioranza in Parlamento, ma comunque il primo partito.

 

Jansa è amico del primo ministro ungherese Viktor Orbán è stato da lui sostenuto e anche finanziato durante questa campagna elettorale, hanno organizzato comizi insieme e Orbán si è spesso recato in Slovenia per manifestare il suo sostegno. I due sono della stessa generazione, condividono anche una storia simile che sembra accomunare i leader populisti dell’est che hanno riscosso consensi duranti le ultime elezioni. La Slovenia è un ex paese comunista che è riuscito a crescere rapidamente grazie ai fondi europei, Jansa, come Orbán e come Jaroslaw Kaczynski in Polonia, è uno di quei leader dissidenti e liberali durante il comunismo e ora convinti conservatori. Jansa ha cinquantanove anni, è un ex giornalista, finito spesso in carcere per le sue posizioni contrarie al regime jugoslavo. Uno dei suoi ultimi arresti avvenne perché aveva pubblicato alcuni articoli che rivelavano segreti militari: era il 1988. Mentre Jansa entrava e usciva dal carcere collaborò alla fondazione di uno dei primi partiti di opposizione, l’Unione democratica slovena. Dal giornalismo passa rapidamente alla politica e diventa un simbolo della dissidenza. La Slovenia non era la Serbia, non era la Croazia, tra tutti i popoli dei Balcani, gli sloveni sono sempre stati i meno affezionati alla famiglia jugoslava. Combattevano per diventare indipendenti, e quando nel 1991 la Slovenia si stacca dal blocco, Jansa è ministro della Difesa e nel 2004, quando la nazione entra nell’Ue, è primo ministro. Vince le elezioni anche nel 2012 ma l’anno dopo deve dimettersi accusato di corruzione e di legami con gruppi neo nazisti. Cinque anni dopo è tornato, è amato e come Orbán e Kaczynski è un politico di vecchia data, ispira fiducia. Durante la sua campagna elettorale ha saputo sfruttare il sentimento anti migranti, promettendo politiche euroscettiche, di chiusura delle frontiere e di rimpatri, come l’omologo ungherese. Dal polacco ha mutuato la retorica contro il passato comunista, sempre in agguato.

 

Dall’allineamento dei pianeti populisti a est, esce il grande sconfitto. Come sempre la sinistra. Flebile, strozzata e disgregata anche in Slovenia. Incapace di fare fronte unico davanti alle difficoltà identitarie, in Europa orientale è ancora più vulnerabile: basta dire sinistra, poi alludere al comunismo e fa subito paura.

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