Sánchez è il nuovo presidente del “gobierno del cambio” spagnolo

Eugenio Cau

Roma. Quando, la settimana scorsa, Giuseppe Conte ha promesso che avrebbe dato vita al “governo del cambiamento” in Italia, usava un’espressione – “gobierno del cambio” – resa famosa in Spagna da Pedro Sánchez, leader socialista, che poco più di un anno fa aveva tentato, fallendo, di formare un governo con i populisti di Podemos. Conte ha avuto bisogno di pochi giorni per riuscire a compiere la sua promessa e varare un governo a trazione populista in Italia; Sánchez ci ha messo più di un anno, e oggi è diventato presidente del governo spagnolo, a un giorno soltanto dalla nomina di Conte.

  

In Spagna l’èra Rajoy è finita con malinconia. Il leader del Partito popolare sapeva da giovedì che la mozione di censura proposta contro di lui a seguito dei casi di corruzione che avevano coinvolto il suo partito (ma non la sua persona) aveva la maggioranza in Parlamento. Rajoy avrebbe potuto dimettersi prima del voto, innestando un elemento di incertezza politica che avrebbe indebolito Sánchez (con le dimissioni, il re Felipe VI avrebbe aperto nuove consultazioni e Sánchez non avrebbe avuto l’incarico assicurato); invece, ha deciso di subire il voto di sfiducia perché dimettersi avrebbe significato ammettere responsabilità per i casi di corruzione. Prima del voto, ieri mattina, ha fatto i complimenti a Sánchez, che stava per diventare premier, e ha detto: “E’ stato un onore, il più grande che ci sia, essere presidente del governo di Spagna. E’ stato un onore lasciare una Spagna migliore di quella che ho trovato. Spero che il mio sostituto possa dire lo stesso a tempo debito, lo spero per il bene della Spagna”. La mozione di censura è stata approvata con 180 voti a favore e 169 contrari.

   

Oggi pomeriggio, il re ha nominato Sánchez come nuovo presidente del governo (lo prevede il meccanismo della mozione di censura: chi la propone, se vince, sostituisce lo sconfitto; Sánchez è stato il primo nella storia democratica di Spagna a farcela). Da quasi un anno il socialista non è più deputato: si era dimesso dopo che, nel 2016, i baroni del partito lo avevano fatto fuori dalla segreteria. Lui si è ripreso il Psoe un anno fa, dopo primarie durissime, e oggi arrivare al governo contro le aspettative di tutti è una gran vittoria personale. Sánchez inaugura il “gobierno del cambio” con due differenti categorie di alleati: l’estrema sinistra populista di Unidos Podemos (Podemos più sinistra radicale) e una miriade di partitini indipendentisti baschi, catalani e valenciani. I problemi sono iniziati fin da subito: Pablo Iglesias, leader di Podemos, vorrebbe entrare nel governo come ricompensa per la lealtà dimostrata, ma Sánchez è incerto. D’altro canto, con appena un’ottantina di deputati un esecutivo monocolore socialista sarebbe troppo debole. Poi c’è il problema della legge Finanziaria voluta da Rajoy: è già stata approvata dalla Camera bassa ma è ancora pendente al Senato, dove il Partito popolare ha la maggioranza assoluta. Podemos vorrebbe eliminare la legge voluta dalla vecchia maggioranza conservatrice, mentre gli indipendentisti baschi vogliono mantenerla a tutti i costi, perché vi sono ampie concessioni finanziarie. “Inizia la festa”, ha commentato l’ex vicepremier, Soraya Sáenz de Santamaría.

  

Mentre i socialisti già bisticciano con gli alleati di governo, l’altro grande sconfitto della giornata è Albert Rivera. Alleato riottoso del governo Rajoy, primo in tutti i sondaggi con i suoi Ciudadanos, Rivera aveva adottato una strategia di equidistanza: aveva rotto con i popolari e rifiutato il suo sostegno alla mozione di Sánchez, chiedendo invece nuove elezioni. La posizione era ragionevole (perfino il País ha chiesto di tornare alle urne) ma Rivera è stato trafitto dal tatticismo di Sánchez, che ha ignorato la sua richiesta e si è preso il governo. Adesso Rivera si trova all’opposizione con la compagnia sgradita dei popolari, e con davanti a sé la prospettiva di molti mesi (forse perfino un anno, fino al termine della legislatura) in cui Sánchez farà di tutto per danneggiarlo.

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