Perché Pompeo ha invitato a cena il capo delle spie nordcoreane

Giulia Pompili

Roma. Quando a febbraio si era sparsa la voce che alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang – quelle del “disgelo”– la Corea del nord avrebbe mandato Kim Yong-chol, anche tra i più aperti al dialogo qualcuno aveva storto il naso. Non solo perché Kim non ha la fama di essere un simpaticone, insomma: niente charm offensive come avvenuto con la sorella di Kim Jong-un alla cerimonia d’apertura. Ma soprattutto perché il settantatreenne generale a quattro stellette Kim Yong-chol, oltre ad avere una serie di incarichi sia governativi sia all’interno del Partito dei lavoratori che lo rendono uno degli uomini più potenti di Pyongyang, è una spia da oltre trent’anni, ed era alla guida del Reconnaissance General Bureau, l’equivalente nordcoreano della Cia, negli anni più difficili dei nostri rapporti con la Corea del nord.

 

Sul palco d’onore della cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici la giovane sorella del leader Kim Yo-jong, che divideva il palco d’onore con il vicepresidente americano Mike Pence, aveva fatto di tutto per apparire disinvolta e disinteressata. Al contrario Kim Yong-chol, su quello stesso palco ma durante la cerimonia di chiusura, non aveva fatto altro che guardare, scrutare, osservare ogni minimo movimento della first daughter Ivanka Trump.

 

Ieri Kim Yong-chol è atterrato a New York, ed è la prima volta che una delegazione di così alto livello dalla Corea del nord – passando per Pechino – mette piede in territorio americano. Non succedeva dal 2000, quando il generale Jo Myong-rok andò alla Casa Bianca a incontrare Bill Clinton in divisa, con la spilletta di Kim Il-sung appuntata sul petto, ma sorridendo e preparando la strada per la storica visita dell’allora segretario di stato Madeleine Albright. Erano tempi diversi, sei test nucleari fa. Ad oggi, però, anche se tutti i funzionari della Casa Bianca continuano a dire che il summit tra Donald Trump e Kim Jong-un previsto il 12 giungo prossimo a Singapore, poi cancellato dal presidente la scorsa settimana, è ancora “potenziale” – come dire, non abbiamo deciso, e non decideremo fino all’ultimo – i movimenti di questi giorni sembrano confermare il cinguettio di Trump: “Very good meetings with North Korea”.

 

Perché nel frattempo proseguono i colloqui tra la delegazione americana e quella nordcoreana a Panmunjom, sul confine tra le due Coree, e Kim Yong-chol ha cenato per un’ora e mezzo faccia a faccia con il segretario di stato americano Mike Pompeo accompagnato soltanto da Andrew Kim, capo dell’ufficio coreano della Cia, alla residenza dell’ambasciatore americano alle Nazioni unite, un appartamento nel cuore di Manhattan. Di Kim si dice che non sia una compagnia facile: secondo i sudcoreani fa spesso battute sarcastiche e fuori luogo, e presta poca attenzione alle gerarchie. Eppure le immagini pubblicate su Twitter da Pompeo, ieri, cercano di consegnare all’opinione pubblica un’immagine tutt’altro che aggressiva. “Stasera ottima cena di lavoro con Kim Yong-choi a New York. Bistecca, mais e formaggio nel menu”, ha scritto. Kim si è presentato senza divisa militare, e in una immagine entrambi guardano all’orizzonte, forse perfino qualche bandiera americana. L’arrivo di Kim Yong-chol in America è comunque un segnale importante che arriva da Pyongyang, e forse il fatto che il segretario di stato ed ex capo della Cia si muova ancora accompagnandosi alle spie è il vero motivo di tanta intesa tra i due. Del resto, per far entrare Kim Yong-chol a New York e forse a Washington non deve essere stato affatto facile: nel 2010 l’ex presidente Barack Obama firmò un ordine esecutivo contro Kim Yong-choi e il Reconnaissance General Bureau, accusati di aver provocato l’attacco contro la nave militare sudcoreana Cheonan, che il 26 marzo 2010 fece 46 morti. Otto mesi dopo la Corea del nord ordinò il bombardamento dell’isola di Yeonpyeong, un episodio controverso della storia, perché nessuno sa ancora oggi chi provocò l’inizio delle ostilità. Forse fu un incidente, come la storia insegna.

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