Com'è che siamo tornati al 2016?

Paola Peduzzi

Milano. Siamo tornati al 2016, quando l’Europa era rappresentata come una moglie talmente invadente, invecchiata e pretenziosa che l’unica soluzione era l’abbandono, il divorzio: da solo non so come sarà, ma certo meglio di come è adesso. L’azzardo britannico, la scelta di gettarsi nel buio della Brexit nonostante le incognite, le previsioni, i mille e più trattati da rinegoziare, è di nuovo attualità, anche se ora ha i toni del nostro tricolore strattonato di qui e di là. I giornali inglesi usano il loro humour per commentare il caos italiano, “nuove elezioni paiono inevitabili, la questione europea sarà dominante – scriveva ieri Matt Chorley nella newsletter politica del Times – Benvenuti nel nostro mondo, miei amici”.

 

Il direttore di Politico Europe, Matthew Kaminski, ha posto la domanda in modo diretto: com’è che siamo tornati al punto di partenza? Nel 2017 avevamo riscoperto l’orgoglio europeo, ci eravamo abbracciati nelle piazze, innamorati nelle piazze, avvolti nella bandiera blu con le stelle d’oro, avevamo applaudito quasi commossi a un presidente francese che vinceva le elezioni e si presentava a prendere il primo applauso sulle note dell’“Inno alla gioia”. Avevamo parlato di rifondazione europea, di finestra d’opportunità, ci eravamo dati delle scadenze, ci eravamo detti: ora è il momento di tenersi stretti, il fronte europeista non si può perdere nelle solite liti, quando c’è di mezzo la sopravvivenza di un progetto, di una visione, non ci si può svegliare schizzinosi. Rimbocchiamoci le maniche, l’Europa può tornare a contare, complice un’America un po’ umorale e un po’ improvvisata, e gli inglesi resteranno delusi alla finestra, unici contagiati dal virus antieuropeista: fuori dal gruppo, fuori dal mondo. Il fronte del no all’Europa e all’euro aveva progressivamente perso peso, persino i nostri partiti antisistema che ora vengono sventolati dagli araldi del populismo internazionale come il modello da seguire per dare la spallata all’Europa avevano perso lo slancio retorico del “no Euro”, affascinati da altri no più popolari – tuttora i Cinque stelle continuano a contraddirsi sulla questione europea, nello spazio di qualche comparsata televisiva.

 

Ora siamo tornati al 2016: per sintetizzare quel che accade in Italia i media internazionali dicono che si voterà presto e il voto sarà un referendum sull’Europa. “La minaccia esistenziale all’Unione europea è di nuovo sul tavolo – scrive Kaminski – anche se ancora se ne parla poco. Forse perché ci rifiutiamo di accettarlo, forse perché siamo stanchi. La crisi si muove in slow motion, e non è ancora conclamata, ma l’Europa sa bene come ci si sente” quando si ha paura di non sopravvivere. La crisi italiana è il tassello finale e centralissimo – siamo nella zona euro a differenza degli inglesi, siamo la terza potenza del continente, quando il Regno Unito uscirà dall’Ue – a un logoramento dell’ottimismo europeo che è stato determinato dalle lungaggini della formazione del governo tedesco, dal rallentamento nel cantiere delle riforme europee, e infine da un cambiamento di interlocutori in Europa. In Austria c’è un governo destra-destra con il partito antieuropeo Fpö, l’Ungheria ha rivotato il “democratico illiberale” Viktor Orbán che dell’Europa ama soltanto i finanziamenti, in generale il mantra “l’Europa ci protegge” che aveva preso forza nella primavera del 2017 è tornato a essere debole, qualcuno lo trova persino offensivo.

 

Così siamo di nuovo al clima 2016 (con la differenza che Donald Trump è alla Casa Bianca già da un anno e più, e si sente). Il commissario europeo dice che i mercati daranno segnali agli elettori italiani (ingerenza!), il suo capo, il presidente della Commissione europea, lo rimbrotta, gli italiani decidono del loro destino, dice, e le linee sembrano ritracciarsi di nuovo, uguali ad allora: l’Europa che se interviene è ingombrante (perché non lo siano anche i guru trumpisti prestati all’Europa è incomprensibile) e finisce per tacere su se stessa e su tutto, in apnea come nei momenti più duri. Gli esperti o i tecnici allo stesso modo non possono dire molto, sono élite che nulla capisce e nulla prevede, i brexiteers ci forniscono un manuale aggiornato ogni giorno di chi può prendere la parola e di chi invece è meglio che non lo faccia mai (vale anche per il Parlamento). L’unica consolazione è che il tempo non trascorre invano: l’esempio inglese non è rassicurante, la Brexit non c’è ancora stata ma non pare né facile né, soprattutto, ricca. Guadagni politici a stare in bilico sull’Europa? Basta telefonare a Londra, a Theresa May, o meglio ancora ad Atene, ad Alexis Tsipras.

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