Tutti hanno una strategia per sopravvivere alla trade war, tranne l’Europa

Eugenio Cau

Roma. La Cina è riuscita a deflettere almeno temporaneamente il colpo della guerra commerciale con gli Stati Uniti. Altri paesi, come la Corea del sud e l’Australia, hanno ottenuto dall’Amministrazione Trump generose esenzioni. Altri ancora, come il Giappone, sono pronti a combattere le tariffe trumpiane con tutti i mezzi che hanno a disposizione. Tra le vittime designate dei dazi commerciali americani, soltanto una ancora si dimena, divisa al suo interno e senza una linea coerente: l’Unione europea.

 

Davanti alla grande offensiva globale che è stato l’avvio delle politiche commerciali protezioniste dell’Amministrazione Trump, a due mesi di distanza l’Europa è stata l’unica a non aver ancora sviluppato una strategia di contenimento o di reazione – e questo è un indice non soltanto delle divisioni interne all’Unione, ma anche della scarsa priorità di cui godono gli alleati europei nell’agenda dell’Amministrazione. Le conseguenze dell’uscita americana dal deal con l’Iran, inoltre, non possono che peggiorare i rapporti.

 

Nel fine settimana la Cina è riuscita a ottenere una sospensione reciproca delle sanzioni commerciali. E’ stato un successo per Pechino, che ha ottenuto la concessione americana in cambio della promessa vaga di comprare più merci dagli Stati Uniti per ridurre il deficit commerciale – nell’accordo raggiunto non c’è una quota obbligatoria di riduzione del deficit né ci sono obblighi sul rispetto della proprietà intellettuale e contro le pratiche commerciali scorrette. E’ possibile che questa sospensione sia soltanto temporanea, e il dibattito nell’Amministrazione Trump sembra ancora mutevole (tra i protagonisti della trattativa, gli accomodanti Steven Mnuchin e Lawrence Kudlow sono opposti ai battaglieri Robert Lighthizer e Peter Navarro), ma intanto la Cina ha vinto la prima battaglia della trade war. Dall’altro lato dello spettro delle alleanze, alcuni paesi come l’Australia hanno ottenuto delle esenzioni semipermanenti dalle tariffe, mentre il Giappone, unico paese alleato a non aver ricevuto esenzioni di alcun tipo, ha comunicato venerdì scorso al Wto che è pronto a imporre sanzioni proprie contro Washington e si prepara alla linea dura.

 

L’Europa rimane appesa e divisa. Il 1° giugno scade l’ennesima esenzione mensile alle sanzioni concessa dall’Amministrazione Trump, e la scorsa settimana, al summit di Sofia, i leader europei hanno trovato una posizione comune nell’attendismo: non intendiamo trattare con la pistola puntata alla tempia, hanno detto, e dunque aspetteremo la scadenza del 1° giugno affinché Trump elimini completamente la minaccia delle sanzioni. E se non le toglie? Qui inizia il problema.

 

In un’intervista battagliera allo Spiegel, la commissaria europea per il Commercio Cecilia Malmström ha detto che l’Europa non si lascerà ricattare da Trump e che è già pronta una dura rappresaglia nel caso in cui inizi davvero una guerra di sanzioni. In realtà le posizioni dei singoli paesi – specialmente Francia e Germania – sono lontane. A peggiorare le cose, si sono inseriti anche la questione del deal iraniano e la promessa americana di sanzionare tutte le aziende, anche europee, che continueranno a fare affari anche con Teheran. Semplificando, possiamo dire che la Germania ha molto da perdere in una guerra commerciale con l’America (specie il settore automobilistico ne risentirebbe) e per questo sta cercando un appeasement con Washington su tutti i campi. Al contrario, la Francia avrebbe molto da perdere con il collasso definitivo del deal con l’Iran, e per questo promuove una linea di durezza anche commerciale, consapevole del fatto che sull’Iran l’Amministrazione Trump è inamovibile. Con la Commissione europea molto attiva nel salvare il deal iraniano e nella difesa delle aziende che potrebbero essere soggette a sanzione per i commerci con Teheran (per non parlare di un editoriale del Financial Times che, dal nord della Manica, consiglia durezza nelle trattative), sembra che la posizione francese stia avendo la meglio. Ma senza una strategia chiara, l’Ue rischia di essere l’unico esempio realizzato del tweet in cui Trump scrisse che “le guerre commerciali sono facili da vincere”.

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