Lo sguardo sul mondo del prossimo governo

Paola Peduzzi

Milano. Quando il malato immaginario s’ammala davvero, le parole della preoccupazione sono finite, non ne hai più, devi cercare nuovi allarmismi, nuovi riferimenti storici, nuove catastrofi, nuove consolazioni: i giornali internazionali si stanno industriando, con l’aria irreprimibile di chi dice da sempre che questi italiani sono inaffidabili e pasticcioni. Ricorre molto il termine “dark”, nero, buio, assenza di speranza, e con l’immortale “Italian job” si fa tutto il resto: l’Italia tirerà giù con sé il continente, anche l’età dei Lumi, prepariamo antidoti e argini. Se per ogni allarme che non lo era si fosse guadagnato un soldino, ora saremmo al centro del mondo e invece rischiamo di restare ai margini, con questo governo “alt right-alt left”, come viene spesso catalogato all’estero, “forze paradossali” le definisce Parigi, perché a correre verso gli estremi a un certo punto ci si trova, e l’incontro è proprio qui, ora, in Italia.

   

Nel contratto siglato dai signori Luigi Di Maio e Matteo Salvini, la politica estera non trova molto spazio, ma il senso è chiaro: “Italia first”, dentro all’Alleanza atlantica storica ma con la mano tesa, tesissima alla Russia di Vladimir Putin. Ora, la difesa dell’interesse nazionale è una priorità di tutti i governi di tutte le nazioni: come ha scritto Madeleine Albright, ex segretario di stato americano della stagione clintoniana, nessun capo di stato o di governo metterebbe il proprio paese “second”. E’ quel che intendi con quel “first” che cambia tutto. Poiché noi non siamo l’America, dobbiamo fare i conti con l’interesse europeo, concetto che suona stonato alle orecchie sovraniste ma che ha una propria armonia interna: nel contratto di governo si stabilisce che i trattati vanno ridiscussi e che anche l’impianto di governance va ripensato, compresa la “politica monetaria unica”, ispirandosi “all’impostazione pre Maastricht”, epoca d’oro in cui c’era “un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà”.

 

Un po’ d’Europa ma non troppa, “nello stesso hotel ma con due viste differenti” come canta Fedez, che è un po’ come negare l’intento di cui sopra, la cooperazione sicuramente, la solidarietà non ne parliamo, speriamo almeno si salvi la pace. Politico Europe parla di “Italexit”, e per non morire di spavento molte cancellerie europee stanno pensando che una buona via d’assestamento potrebbe essere quella di affidarsi al buon senso dei Cinque stelle: ciò che vuole la Lega si sa da sempre, gli altri compagni di viaggio invece sono ancora materia modellabile, magari si forgiano nel verso giusto. In fondo anche il radicalissimo Alexis Tsipras pareva ingovernabile e ora invece chiacchiera fitto con Angela Merkel, il governo normalizza anche i meno conformisti: come ricorda Simon Nixon sul Wall Street Journal però l’Italia non è sull’orlo del baratro né ha la Troika in casa, l’urgenza della ragione non è così forte.

   

Sulla ragionevolezza dei Cinque stelle si fanno molte congetture, per ora di prove non ce ne sono, ma per quel che riguarda il collocamento internazionale dell’Italia, c’è molta attenzione a piazzarsi un po’ più vicini alla Russia senza la quale – dice il contratto – non è possibile risolvere le guerre in Siria, Libia, Yemen. Fin qui siamo al noto filoputinismo di Lega e Cinque stelle, ma c’è una postilla in più: il fronte sud, il Mediterraneo, dove la Russia può essere cruciale, perché “non è una minaccia militare ma un potenziale partner”. Chissà come deve aver gongolato Putin (avrà ricevuto stralci anche lui del contratto, si spera) a vedersi recapitare un invito formale ad avventurarsi nel Mediterraneo, lui che per avere un porto (in Siria) ha dovuto aprire una base militare, perdere un sacco di uomini e miliardi di risorse, e tener su un impresentabile come Assad.

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