Erdogan fa il bullo e rilancia da Sarajevo la sua sfida all’Europa

Luca Gambardella

Roma. “Erdogan non è molto popolare in occidente perché è il grande leader dei musulmani che noi aspettavamo da tanto tempo”. Bakir Izetbegovic, capo del Partito di azione democratica della Bosnia ed Erzegovina, ha commentato con entusiasmo la decisione del presidente turco di visitare Sarajevo. Domenica prossima decine di migliaia di turchi sparsi per l’Europa convergeranno nella capitale bosniaca per partecipare al grande comizio elettorale indetto da Erdogan in vista del voto parlamentare del 24 giugno in Turchia. In occasione del controverso referendum costituzionale dello scorso anno, Vienna, Berlino e Amsterdam negarono a Erdogan la possibilità di organizzare eventi elettorali in Europa. Lui rispose bollando come “nazista” la censura europea nei suoi confronti. “Il presidente turco prova a fare il bullo: ‘Non mi permettete di incontrare i miei elettori a Vienna o a Berlino? Beh, posso farlo in altre capitali europee’”, spiega al Foglio Erdoan Shipoli, ricercatore alla Georgetown University ed esperto di relazioni tra Balcani e Turchia. “Allo stesso tempo, il presidente vuole dire all’Europa che può destabilizzarla all’istante, facendo leva sulla sua influenza nei Balcani occidentali”.

 

Fino a un secolo fa Sarajevo era tra le città principali dell’Impero ottomano e ancora oggi gli stretti legami storici, culturali ed economici fanno sì che Ankara consideri la regione parte integrante della sua sfera di influenza. Per farlo, Erdogan sfrutta organizzazioni della società civile, partiti politici, investimenti. E naturalmente la sua figura di paladino dell’islam. La Turchia può contare, oltre che sul partito musulmano bosniaco, anche sull’Unione dei democratici euro-balcanici (Uebd), la lobby finanziata da Ankara che ha organizzato la manifestazione di domenica. Altre simili sono attive in Kosovo, Albania, Macedonia e Bulgaria. “Sono tutte teste di ponte con cui Erdogan esercita la sua influenza nella regione”, dice Shipoli. Tra quelli che alcuni esperti hanno già definito “paesi satelliti” di Ankara c’è il Kosovo. Lo scorso marzo, i servizi segreti turchi arrestarono nel piccolo stato balcanico sei persone accusate di avere sostenuto il colpo di stato contro Erdogan del luglio 2016. Il governo di Pristina dichiarò di essere all’oscuro dell’operazione, ma i legami stretti tra Erdogan e il presidente kosovaro Hashim Thaçi destano dubbi.

 

“Sono convinto che l’Ue sia l’unico partner a tenere alla stabilità dell’intera regione e alla prosperità futura dei suoi popoli – e a non considerarla come una partita sulla scacchiera geopolitica, in cui le persone sono pedine”, ha detto il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, prima del vertice sui Balcani occidentali che si è tenuto giovedì a Sofia. Nella partita a scacchi, oltre a Russia, Cina, paesi del Golfo e Ue c’è proprio la Turchia. “Sull’Ue ricadono gravi colpe, soprattutto quella di non avere mantenuto le promesse fatte”. Dal vertice di giovedì ci si aspettava una svolta per la procedura di accesso all’Ue di Serbia e Montenegro, che avevano già avuto l’assenso della Commissione Ue. “I Balcani hanno bisogno di noi per scongiurare una nuova guerra”, aveva detto il presidente Jean-Claude Juncker. Ma alla fine non si è andati oltre promesse vaghe e toni cauti, sulla linea del presidente francese Emmanuel Macron, il più critico sull’ipotesi allargamento: “Negli ultimi 15 anni l’Europa si è sempre indebolita quando ha provato ad allargarsi”, ha detto Macron da Sofia. Le crisi con Polonia e Ungheria hanno convinto in molti dell’idea che l’accesso all’Ue richieda più rigore: riforme contro la corruzione, la criminalità organizzata e per adeguarsi agli standard democratici del resto d’Europa. La vocazione europea dei Balcani occidentali non è in discussione ma se lo stallo dovesse continuare, dice Shipoli, “il rischio è che comincino a cercare nuove strade”. Come quella che porta ad Ankara.

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