“Hamas vuole distruggerci. Ma Israele non farà le valigie”

Giulio Meotti

Roma. “Mentre arrivavano le notizie da Gaza, lunedì non ho fatto altro che passare da un kibbutz all’altro a rassicurare la popolazione, e poi a spegnere incendi”. Ilan Isaacson fa un lavoro ingrato. E’ il capo della sicurezza del consiglio regionale di Eshkol, ovvero le comunità israeliane a ridosso della Striscia di Gaza. Ottocento metri separano Nahal Oz dal reticolato assaltato dai palestinesi. Oltre c’è Shejaiya, un quartiere di Gaza. Il kibbutz Nir Am durante l’ultima guerra si è svegliato con un tunnel di Hamas nei suoi giardini. Poche centinaia di metri separano gli israeliani di Nirim da Khan Younis. “Il confine era aperto” racconta al Foglio Isaacson, che è anche riservista e comandante di un battaglione dell’esercito e che vive a Sde Nitzan, un moshav non lontano da Gaza. “Andavamo nella Striscia a fare la spesa, mia moglie si recava a Rafah. E i palestinesi venivano qui a lavorare. Avevamo ottime relazioni. Poi l’Intifada, i missili, il golpe di Hamas hanno cambiato tutto. Hamas vuole distruggerci. Insegnano questo ai loro bambini. Per questo oggi quel confine riconosciuto dal 1947 è chiuso”. Ieri due ministri, Yoav Galant e Gilad Erdan, hanno detto che Israele potrebbe tornare alle uccisioni dei capi di Hamas, a cominciare dal leader Yahya Sinwar: “Hanno detto che vogliono morire sul confine, accontentiamoli” ha spiegato Erdan. Di ieri la notizia di parte israeliana che 24 delle vittime di Gaza erano effettivi dei gruppi terroristici. 

 

Ilan Isaacson, capo della sicurezza delle comunità israeliane che vivono a ridosso della Striscia di Gaza, invita ad aprire una mappa. “C’è un confine anche fra Egitto e Gaza”, dice Isaacson al Foglio. “Perché l’Egitto non lo apre, sono loro fratelli arabi no? E perché nessuno glielo chiede? Perché la relazione fra Hamas ed Egitto è peggiore che fra Hamas e Israele. Se Hamas ha bisogno di qualcosa viene da noi. L’Egitto è contro Hamas, come gran parte dei paesi arabi, dall’Arabia Saudita ai paesi del Golfo. I soldi di Hamas arrivano dall’Iran, dal Qatar e da altri paesi. Queste manifestazioni al nostro confine sono organizzate da Hamas e dalla Jihad Islamica, non sono spontanee. Sono certo che molti a Gaza vorrebbero vivere in pace, ma non ci sono democrazia e diritti, non hanno scelta. I loro feriti vengono pagati da Hamas. I terroristi con queste manifestazioni vogliono risollevare la questione palestinese. Dal 2005 non c’è più un solo israeliano, civile o soldato, nella Striscia di Gaza. Hanno avuto la loro terra. Vogliono anche la nostra?”.

 

Isaacson ci spiega quali minacce affrontino gli israeliani che vivono a un tiro di schioppo da quel reticolato sotto assedio. “Sedicimila civili risiedono nelle comunità al confine di Gaza. E queste persone ricevono molte minacce da Hamas. Si va dai tunnel, l’arma più sofisticata dei terroristi, li stiamo distruggendo ma ce ne sono molti che possono ancora usare, ai mortai che possono lanciare facilmente. Di questi missili Hamas si calcola che ne abbia diecimila e contro questi non funziona Iron Dome, il nostro sistema di difesa antimissile, perché siamo troppo vicini al confine. Abbiamo da cinque a quindici secondi per trovare riparo se suona l’allarme rosso. Così in questi anni abbiamo costruito novemila bunker antimissili per queste comunità che si trovano entro sette chilometri dal confine con Gaza. Anche nelle nostre scuole abbiamo i bunker. Adesso i palestinesi stanno bruciando i nostri campi e lanciano bombe artigianali sui nostri soldati e le nostre case”. Isaacson è fiero di essere in prima linea. “Tre comunità di cui coordino la sicurezza, Beeri, Gvulot e Nirim, furono costruite nel 1946, ovvero ancor prima della nascita dello stato di Israele. In una sola notte furono tirati su questi kibbutz. All’epoca c’erano gli inglesi al potere. E quei kibbutz sono ancora lì, oggi minacciati da Hamas. Nirim ha subito molti attacchi terroristici e ha avuto molti morti da parte degli egiziani e poi de fedayyin”.

 

A Isaacson abbiamo anche chiesto cosa accadrebbe nel worst case scenario, ovvero nel caso in cui migliaia di palestinesi superassero il reticolato, l’esercito israeliano arretrasse e il confine cedesse.

 

“Spero che non accada mai” ci spiega Isaacson. “Molti palestinesi verrebbero uccisi. E nessun israeliano vorrebbe più vivere qui. Per questo dobbiamo fermarli nel loro territorio. Il trauma sarebbe così profondo che niente in quest’area sarebbe più come prima. Ieri hanno cercato in più punti di distruggere il confine. Il 99 per cento dei palestinesi uccisi erano sul confine o erano entrati dentro a Israele di pochi metri”. L’esercito ha rivelato che otto terroristi di Hamas erano effettivamente entrati, che avevano aperto il fuoco contro i soldati, prima di essere eliminati.

 

“Israele aveva lanciato volantini e aveva detto loro: ‘Non avvicinatevi, non superate il confine’” ci dice Isaacson. “Il confine è l’unico ostacolo che per noi separa la vita e la morte. Ma è così anche in Libano e in Siria, i kibbutz che si trovano lassù”. Nonostante i campi bruciati, i proclami del capo di Hamas Sinwar di voler “mangiare i fegati degli israeliani”, i tunnel e le infiltrazioni, nessun israeliano ha fatto la valigia. “Dall’ultima guerra nel 2014, la nostra popolazione è cresciuta del dieci per cento. Non ce ne andremo”.

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