Bombardamenti in Siria

Israele risponde con durezza deliberata al primo attacco dell’Iran

Daniele Raineri

Roma. Come i giornali israeliani avevano anticipato da giorni grazie a fonti nell’esercito e come il governo si aspettava – al punto che il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, ha rinunciato qualche ora prima a una finale di calcio – nella notte di ieri c’è stato il primo attacco diretto da parte di militari iraniani contro Israele, dal territorio della Siria. Circa venticinque razzi lanciati contro bersagli militari, che però non sono arrivati a destinazione perché sono stati intercettati dal sistema di difesa Iron Dome (in quattro casi) oppure sono caduti troppo corti quando ancora erano in volo sopra la Siria (nel resto dei casi). Secondo un portavoce dell’esercito israeliano l’unità responsabile di questa salva di razzi è la forza al Quds, braccio dei Guardiani della rivoluzione. Al Quds è il nome arabo che indica la città di Gerusalemme e spiega la tinta ideologica del reparto, che è considerato il più fedele ai vertici religiosi dell’Iran e si occupa delle operazioni militari dell’Iran all’estero, incluse quelle clandestine, per allargare la sfera d’influenza di Teheran nei paesi vicini. Gli obiettivi dichiarati di queste operazioni all’estero sono facilitare l’esportazione della rivoluzione del 1979 e prevalere, presto o tardi, contro Israele.

 

La forza al Quds è guidata da vent’anni dal generale Qassem Suleimani, che in patria è semi-venerato come una leggenda nazionale. Suleimani negli anni ha sfruttato tutti gli eventi che sono accaduti nella regione mediorientale per ottenere vantaggi concreti per l’Iran, dall’invasione americana in Iraq nel 2003 alle rivolte siriane del 2011 alla crisi in Yemen nel 2014.

 

A partire dal 2012 si è adoperato per salvare il governo del presidente siriano Bashar el Assad minacciato dalla guerra civile e per trasformare progressivamente il paese alleato in una base di lancio per azioni contro Israele – come fosse un secondo Libano.

 

Israele ha reagito con un’operazione notturna (nome in codice: ”House of Cards”) che era stata evidentemente stabilita in anticipo: circa settanta missili hanno colpito la maggior parte delle infrastrutture militari delle Guardie della rivoluzione nei tre grandi settori operativi in cui si dividono, quello di Aleppo, quello fra Aleppo e la capitale Damasco e quello a sud di Damasco. I missili hanno centrato comandi dell’intelligence iraniana, un quartier generale dei Guardiani della rivoluzione, alcuni loro depositi di munizioni nascosti nell’aeroporto internazionale di Damasco, altre postazioni sparse e gran parte delle difese aeree siriane. In totale circa settanta bersagli. Il concetto alla base della reazione israeliana è stata l’assoluta sproporzione con l’attacco. “Se piove in Israele – ha detto Lieberman – diluvierà in Iran. Abbiamo distrutto quasi per intero l’infrastruttura militare dell’Iran in Siria”. A giudicare dal tempo di reazione molto rapido, è chiaro che le squadre di pianificatori che cercano bersagli nemici avessero compilato la lista dei possibili obiettivi da molto tempo.

 

La Siria sostiene di aver inflitto a Israele grossi danni in questo scontro. Un presentatore della tv siriana citato dal sito del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha commentato: “Il nemico sionista non sopravviverà a un altro colpo duro come questo”; un altro ha detto che “l’aeroporto Ben Gurion (a Tel Aviv) non riesce a far fronte a tutti i cittadini che vogliono scappare dal paese”. Non c’è segno di questi danni.

 

Questo primo scontro diretto arriva dopo una lunga campagna aerea israeliana cominciata a inizio 2013 per bloccare i trasferimenti di armi sofisticate dall’Iran al gruppo libanese Hezbollah, che è presente in forze in Siria. Non c’è sorpresa, non c’è una svolta, tutto è avvenuto come per legge di gravità, come in una collisione vista al rallentatore. Gli iraniani considerano la vittoria in Siria al fianco del presidente Assad un’occasione imperdibile per acquistare un vantaggio militare contro Israele, gli israeliani non tollerano questa situazione e da un anno chiedono a Russia e America di non lasciare che i loro nemici si trincerino nel paese confinante. Mercoledì il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha passato la giornata con il presidente russo Vladimir Putin e nella notte una delle prime informazioni diffuse dai militari di Israele è stata che la Russia era stata avvisata in anticipo. A dispetto dei buoni rapporti con Mosca e della brutalità strategica del contrattacco, ci si aspetta che questo sia soltanto il primo di una serie di scontri.

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