Rovesciare tutto

Mattia Ferraresi

New York. Sfilarsi dall’accordo nucleare con l’Iran, riportare in patria tre ostaggi dalla Corea del nord per propiziare l’incontro con Kim Jong-un, fissato per il 12 giugno a Singapore, creare (o approfondire) una frattura politica con l’Europa, stringere l’abbraccio con Israele, dove lunedì avverrà lo storico spostamento della capitale a Gerusalemme, sono manovre inscrivibili in un disegno comune: rovesciare il tavolo delle relazioni globali. In materia di politica estera lo scopo di Donald Trump, la missione che gli è stata affidata dagli elettori, è di cambiare il paradigma dei rapporti internazionali, sorprendendo e mettendo in fuorigioco tanto gli alleati quanto gli avversari. John Bolton lo ha scritto in un editoriale che si sforza di illustrare una strategia che tiene insieme i vari pezzi che si muovono furiosamente sullo scacchiere: “Trump ha voluto prendere decisioni non convenzionali per girare il vento dalla parte dell’America”. Il disprezzo per le convenzioni e la scelta di percorsi inediti sono il centro del ragionamento di un presidente che si vanta della sua imprevedibilità e giudica una virtù suprema il fatto che, quando si siede al tavolo con un altro leader, nemmeno i più stretti consiglieri sanno cosa dirà.

 

Sull’Atlantic, l’analista Peter Beinart ha riassunto l’atteggiamento con una formula felice: Trump crede nel “lato oscuro dell’eccezionalismo americano”, quello per cui l’America ha il diritto di muoversi come crede ma non ha alcuna responsabilità internazionale: “Gli Stati Uniti, in virtù della loro eccezionalità, possono godere dell’eccezionale libertà di comportarsi come gli pare”. E’ questa la fluida filosofia che governa l’iperattivismo trumpiano in politica estera, messa in pratica dai falchi Bolton e Mike Pompeo.

 

Lo scopo finale di queste manovre sembra essere quello che Edward Luce del Financial Times ha chiamato un “regime change globale”, una grande inversione dell’ordine globale senza però una visione di quello che verrà. Jacob Heilbrunn, direttore del National Interest, dice al Foglio che l’Amministrazione ha alcuni obiettivi concreti che persegue con una strategia tutto sommato coerente: “L’eventuale accordo con la Corea, ad esempio, servirà a mettere pressione sull’Iran: se Trump porta a casa una vittoria diplomatica con il regime più isolato del mondo, questo aumenterà credibilità e forza negoziale nei confronti di Teheran”. E la pressione, dice Heilbrunn, sarà probabilmente esercitata “anche con una campagna di bombardamenti”. Nella ricerca, matta e disperatissima, di una dottrina Trump, ci si è perso un dato che in questo momento riemerge: “Trump in fondo è un falco, non un isolazionista come è stato a lungo descritto durante la campagna elettorale. Guidato dall’interesse nazionale vuole fare dell’America il bullo del mondo. Bolton è la rappresentazione perfetta della filosofia trumpiana: un militarista che predilige azioni unilaterali”.

 

Fra gli attacchi, diretti e indiretti, contro le truppe iraniane in Siria, l’alleanza con i paesi del Golfo e il patto di ferro con Benjamin Netanyahu l’Amministrazione “si sta mettendo su una strada pericolosa per la stabilità del medio oriente. La volatilità politica naturale della regione accoppiata all’aumento del prezzo del petrolio porrà dei problemi serissimi all’America. Trump ha abbandonato completamente la retorica idealista e il vocabolario dei valori e della democratizzazione di George W. Bush, ma al pari di Bush la sua Amministrazione sta lavorando per ridisegnare il medio oriente, e da lì tutti i rapporti globali”. Il lato oscuro dell’eccezionalismo americano, appunto. E la rottura del deal atomico con l’Iran, decisa a dispetto dell’opinione contraria degli alleati europei, testimonia che l’America di Trump è pronta a rovesciare il tavolo in perfetta solitudine. Per Heilbrunn la rottura con gli alleati è una “sveglia per l’Europa, una chiamata a emanciparsi dalla protezione degli Stati Uniti. Il tentativo guidato da Emmanuel Macron di convincere Trump sull’Iran era una fantasia basata sull’illusione che l’America fosse un alleato amichevole dell’Europa. E’ tempo di rendersi conto che non è così. Questa Amministrazione non è un soggetto affidabile, e non mi stupirei se presto qualche paese europeo iniziasse a considerare l’America come una specie di stato canaglia”.

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