Le strategie della Russia dopo le decisioni di Trump sull'Iran

Micol Flammini

Roma. Ieri a Mosca c’erano un capo di governo e uno di stato, Benjamin Netanyahu e Alexander Vucic. Il primo, premier israeliano, era in Russia per “coordinare le operazioni in Siria”, come ha detto prima di salire sull’aereo che lo avrebbe portato nella capitale russa. Il secondo, presidente della Serbia, perché l’amicizia, soprattutto se a distanza, e a maggior ragione se si tratta di una nazione amica di Mosca che vorrebbe far parte dell’Ue, ha sempre bisogno di essere coltivata. I due hanno assistito alla parata del Giorno della vittoria, il settantatreesimo della storia russa. Il nove maggio, per la Russia è un appuntamento importante, si celebra la sconfitta della Germania nazista, o meglio, la vittoria dell’Armata rossa, ed è l’occasione per mostrare i muscoli e per studiare in che direzione vanno le relazioni internazionali a seconda degli ospiti presenti tra le autorità. Benjamin Netanyahu è andato a Mosca il giorno successivo al ritiro degli Stati Uniti dal patto sul nucleare iraniano con una pretesa: vuole che la Russia si faccia garante della sicurezza dei confini israeliani. Vuole che i soldati iraniani lascino la Siria: ieri mattina Israele ha colpito una base iraniana vicino a Damasco. Per la Russia, che ha sempre mantenuto un equilibrio nei suoi rapporti con Israele, pur coordinandosi con gli iraniani per garantire la vittoria del regime di Bashar el Assad nella guerra civile siriana, è difficile dare seguito alla richiesta di Netanyahu. “Se vuoi parlare con gli iraniani, devi parlare con i russi”, diceva in un’intervista al Wall Street Journal Zvi Magen, ex ambasciatore israeliano a Mosca, ma gli iraniani hanno combattuto “boots on the ground” in Siria, con perdite enormi, assieme alla Russia, e ora cedere terreno apparirebbe come una resa.

 

Ieri, colonne di carri armati, missili, cadetti sorridenti, droni, veicoli da combattimento robotici e il famoso “missile invincibile” hanno sfilato sotto lo sguardo del presidente russo serio come di abitudine, ma inquieto.

  

Questo show muscolare, sotto un cielo talmente limpido da essere turbato soltanto dal volo degli aerei, si è aperto dopo un discorso pieno di buone intenzioni e avvertimenti non troppo velati. Vladimir Putin ha parlato di necessità di pace, di un periodo turbolento per tutta l’umanità. Con il mausoleo di Lenin alle spalle e Netanyahu di fianco, il presidente russo ha rivendicato la vittoria storica e ai nemici contemporanei ha lanciato un monito: “L’Unione sovietica ha determinato il risultato di quella guerra, ha salvato milioni di persone e oggi qualcuno sta cercando di riscrivere la storia e noi non permetteremo mai che questo accada”. Non ha citato le minacce concrete, ma due giorni fa Donald Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dagli accordi sul nucleare iraniano e questa per la Russia è una minaccia. “Ricordiamo la tragedia delle due guerre mondiali, impariamo le lezioni e capiamo quanto siano gravi le minacce di oggi. Tutta l’umanità deve riconoscere che il mondo è molto fragile”. Accanto a lui Netanyahu, con al petto la coccarda nera e arancione di San Giorgio, simbolo della vittoria militare russa. Per avanzare le sue richieste, il premier israeliano ha scelto il giorno più importante per le istituzioni russe, dando così anche al capo del Cremlino la chance di accreditarsi, soprattutto dopo la decisione di Trump riguardo al deal, come un garante. Putin vuole salvare il patto sul nucleare e il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, durante la mattinata ha comunicato all’agenzia di stampa Ria Novosti che la Russia non intende uscire dal patto. Salvare l’accordo è in cima alle priorità diplomatiche di Mosca e ora aumentano anche le sue preoccupazioni nei confronti di un’escalation militare tra Israele e Iran. Se questo accadesse, metterebbe in pericolo la sopravvivenza del regime siriano e la rilevanza russa nella regione. Mosca ha buoni rapporti con l’Iran, ha bisogno delle truppe iraniane in Siria, ma un Iran dotato di armi nucleari non è nei suoi interessi. Il deal è importante anche per preservare la stabilità del governo di Hassan Rohani, fondamentale per le strategie della Russia in medio oriente. Putin ha bisogno del presidente dell’Iran come partner per cercare di raggiungere una soluzione politica alla crisi siriana e le nuove sanzioni che gli Stati Uniti intendono imporre a Teheran indeboliscono la posizione di Rohani in patria. La sua recente rielezione doveva molto alle promesse di opportunità economiche legate all’accordo.

  

Israele e la Russia hanno un interesse comune a mantenere dei buoni rapporti, ma le condizioni ora sono ben precise: Netanyahu vuole che il Cremlino lo liberi dalla minaccia ravvicinata dell’Iran in Siria. Ma Mosca non può rinunciare alla sua partnership con Israele e non può abbandonare la sua collaborazione strategica con Teheran.

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