Le serie (gran successo) israeliane che prestano la realtà alla finzione

Rolla Scolari

Agli israeliani non piace che Israele sia dipinto soltanto come luogo di conflitto, terra di esercito in perpetua emergenza, e di servizi segreti in continua allerta. L’immagine che il paese preferisce proiettare è quella di una quotidiana e concreta normalizzazione, dei sobborghi high-tech di Tel Aviv, la Start-up Nation dei garage e dei caffè giovani a due passi da una spiaggia sempre più ambita dai turisti, nonostante la costante minaccia di possibili scontri regionali e la realtà del conflitto israelo-palestinese. Eppure sono i soldati, gli ostaggi, gli agenti del Mossad e dello Shin Bet, le operazioni segrete per catturare membri di Hamas in Cisgiordania, o la misteriosa scomparsa di un ministro iraniano a essere al centro delle serie tv israeliane più conosciute nel mondo. La produzione televisiva e cinematografica non è certo interamente incentrata su operazioni militari e di intelligence, ma molti prodotti culturali esportati oggi via grande o piccolo schermo riguardano l’antica narrativa della sopravvivenza di una regione al centro dell’instabilità. L’esordio israeliano sul mercato internazionale racconta uno dei grandi incubi di Israele: il sequestro e la prigionia dei suoi soldati. Le avventure dell’agente della Cia Carrie Mathison in “Homeland” sono arrivate ormai alla settima stagione. La serie americana è basata sull’originale israeliano “Hatufim”, “Prigionieri di Guerra”: tre soldati tornati a casa dopo 17 anni di prigionia.

 

 

La storia di alcuni membri delle unità speciali Mista’arvim, agenti formati per infiltrarsi nelle comunità palestinesi, è alla base della trama di “Fauda” (caos in arabo), la serie israeliana comperata da Netlifx che, benché abbia suscitato controversie, è stata un successo in Israele e all’estero. Il comandante Doron e la sua squadra, i cui membri parlano perfettamente arabo e fingono di essere palestinesi, sono sulle tracce di un comandante di Hamas, all’origine di diversi attentati. Il giornalista Avi Issacharoff, che per anni ha seguito il conflitto israelo-palestinese e ha scritto e prodotto “Fauda”, collabora ora con Netflix per la creazione di una nuova serie su un’operazione congiunta tra Mossad e servizi segreti americani, per uccidere uno dei più pericolosi terroristi al mondo.

 

Israele è un luogo in cui questo tipo di fiction è fin troppo concreto. Tra il 2010 e il 2012, quando “Hatufim” lasciava incollati allo schermo gli israeliani, il paese stava vivendo un dramma che ha toccato tutte le famiglie in una nazione in cui il servizio militare riguarda uomini e donne: il soldato Gilad Shalit era stato rapito nel 2006 lungo la barriera che separa Israele dalla Striscia di Gaza, e soltanto nel 2011, nel quadro di uno scambio di prigionieri con Hamas, il ragazzo è tornato a casa. E su una storia vera di spie e operazioni segrete è basato il copione di “False Flag”, serie israeliana comperata dalla Fox e già andata in onda in centinaia di paesi. Bandiera falsa è, nel gergo delle intelligence, un’operazione segreta portata a termine e siglata sotto un’altra bandiera, per confondere e attribuire a un’altra nazione le colpe. La serie racconta la storia di cinque (apparentemente) comuni cittadini israeliani che si svegliano una mattina con la fotografia dei loro passaporti sugli schermi delle televisioni di tutto il mondo, in seguito al rapimento di un ministro iraniano a Mosca. L’origine della trama non è fiction, è la realtà di un medio oriente intricato e perennemente inquieto che si presta alla sceneggiatura: nel 2010, in un hotel di Dubai, fu assassinato Mahmoud al Mabhouh, comandante delle Brigate Izz ad Din al Qassam, braccio armato di Hamas. La polizia degli Emirati accusò il Mossad, e pubblicò le fotografie di passaporti europei e australiani utilizzati da chi aveva condotto l’operazione. Se questo è il grado di realismo, il presunto raid di una notte del Mossad a Teheran – svelato dal premier Benjamin Netanyahu e definito “uno dei più grandi risultati dell’intelligence” – e la mezza tonnellata di documenti sul nucleare rubati agli ayatollah si prestano certo a diventare materiale da copione.

 

Gideon Raff, uno dei creatori di “Homeland”, che ha aperto la strada internazionale alle serie israeliane, sta lavorando a un film incentrato su una particolarissima operazione del Mossad negli anni 80. Red Sea Diving Resort ha tra gli attori protagonisti Chris Evans e racconta la storia di un villaggio vacanze – con animatori, istruttori di sub e wind-surf, cuochi, camerieri e turisti veri – servito dal 1981 al 1985 da copertura per i servizi segreti israeliani. L’obiettivo: missioni via terra attraverso il Sudan per raggiungere i campi profughi dove vivevano migliaia di rifugiati della guerra civile in Etiopia, e trasferire gli ebrei etiopi, via mare o a bordo di piccoli aerei, in Israele.

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