Se il Nobel fosse una cosa seria

Redazione

Liu Xia, 57 anni, poetessa e fotografa, è la vedova di Liu Xiaobo, intellettuale e attivista dei diritti umani premio Nobel per la Pace 2010 morto in regime di detenzione in Cina lo scorso luglio, nel sostanziale disinteresse del mondo libero. Da mesi la Germania, e gli Stati Uniti, lavorano per vie diplomatiche affinché Liu Xia, che è in cattiva salute, possa lasciare la casa in cui dal 2010 è ristretta, senza alcuna accusa formale, e abbandonare il paese. Berlino è pronta ad accoglierla. Sembrava vicina la soluzione, che ora pare allontanarsi. L’altro giorno il suo amico Liao Yiwu, scrittore esule a sua volta in Germania, ha diffuso su ChinaChange.org un frammento di una drammatica telefonata della donna: “Morirò nella mia casa. Xiaobo se ne è andato, e non c’è più nulla al mondo per me ora. E’ più facile morire che vivere, usare la mia morte per oppormi non potrebbe essere più semplice per me”. La vicenda ha finalmente avuto una piccola eco sulla stampa internazionale, e persino in Italia. Non è mai facile trattare con Pechino questo tipo di dossier, la riservatezza della diplomazia è spesso il metodo obbligato. C’è però da notare la scarsa o nulla attenzione del mondo intellettuale e delle istituzioni culturali indipendenti, a partire da quella che assegna i Nobel. Da settimane siamo informatissimi della grottesca vicenda di molestie sessuali che potrebbe causare l’implosione dell’Accademia di Svezia e la non assegnazione del premio per la Letteratura. Forse gli indomiti combattenti per la causa dei diritti delle donne dovrebbero concentrarsi un poco anche sul diritto alla libertà di Liu Xia: donna, prigioniera e moglie di un Nobel.

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