C'era una volta l'Eta

Guido De Franceschi

C’era una volta, lungo il Golfo di Biscaglia e poi subito su per i primi pendii erbosi dei Pirenei, un posto che era conosciuto in tutto il mondo soprattutto per una cosa. Quel posto, il Paese basco, c’è ancora, ma non c’è più quella cosa basca che nel mondo era più conosciuta della pelota, dell’Athletic di Bilbao, dei romanzi di Bernardo Atxaga, dei pintxos, della spiaggia di Zarautz e del museo Guggenheim che Frank O. Gehry non aveva ancora neppure disegnato. Quella cosa si chiamava Eta, acronimo di Euskadi ta askatasuna, Paese basco e libertà. Eta era un’organizzazione armata, indipendentista e terrorista, che nella sua storia ha ucciso più di 800 persone. Ecco, quella cosa oggi non c’è più. No, non è vero: in realtà, Eta c’è ancora, ma è come se non ci fosse. Quello che rimane della sua dirigenza ha appena formulato delle scuse incomplete e ha annunciato la sua dissoluzione che – in ossequio a una liturgia appesantita e complessa che non riesce ad accendere né l’interesse né la curiosità di nessuno – dovrebbe finalmente avvenire con un qualche “atto” in territorio francese, domani.

 

Eta, quindi, c’è ancora, per qualche giorno di maggio, secondo l’assurdo calendario – punteggiato di dichiarazioni, consegne di arsenali, coinvolgimento di osservatori internazionali – che il gruppo terroristico cerca di imporre a un’opinione pubblica ormai del tutto disinteressata. Dello scioglimento di Eta, ovviamente, si occupano le prime pagine dei giornali, ma è poco più di un atto dovuto che cade, con un suono attutito, nell’indifferenza. Perché, nell’animo dei baschi come nell’animo degli spagnoli, nell’animo degli indipendentisti radicali come nell’animo di chi ha vissuto per decenni nel terrore imposto da Eta, nell’animo dei fiancheggiatori e dei giustificazionisti come nell’animo delle molte vittime e dei parenti dei più di ottocento morti attribuibili alle azioni del gruppo, l’Eta non c’è più già dall’ottobre del 2011, data in cui, un anno e mezzo dopo il suo ultimo assassinio, l’organizzazione ha annunciato la sua decisione di cessare definitivamente l’attività armata. Nessuno dimentica, soprattutto le vittime, soprattutto chi ha avuto paura. Non dimenticano neppure quelli che hanno dedicato la loro vita all’Eta, hanno sparato, hanno ucciso, hanno vissuto in clandestinità, sono in prigione. E non dimenticano neppure quelli che hanno vissuto nel mezzo, disinteressati al conflitto, ma immersi per decenni in un livido orizzonte di guerra civile, di occhiate diffidenti, di respiri affannosi, di odio. Eppure sembra tutto così lontano. Passati meno di dieci anni, di quel Paese basco che c’era una volta non c’è più traccia. E, al suo posto, c’è una società che sembra reduce da un disgelo.

 

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In Spagna il romanzo “Patria” di Fernando Aramburu, che da più di un anno e mezzo torreggia nelle classifiche, è un caso editoriale senza precedenti. Tradotto in tutto il mondo, ha venduto decine di migliaia di copie anche in Italia, dove è stato pubblicato da Guanda. Ma in Spagna “Patria” – che racconta il conflitto attraverso la vita di due famiglie di quei Paesi baschi in cui Eta c’era, e c’era per davvero – ha avuto un significato che va ben al di là dell’enorme successo in libreria. “Patria” è stato accolto come il libro che finalmente ha detto quello che non si era mai detto prima, come il libro che finalmente racconta che cosa sia stata davvero Eta e come fosse grama la vita quotidiana nelle cittadine basche quando il gruppo armato era ancora attivo. In realtà altri libri, e tra questi anche alcune opere precedenti dello stesso Aramburu, avevano già raccontato almeno dei pezzi delle stesse storie e lo avevano fatto con altrettanta lucidità. Ma è solo ora, dopo il disgelo, che centinaia di migliaia di lettori spagnoli hanno voluto davvero leggere una vicenda di cui, solo pochi anni fa, sono stati contemporanei o, se vivevano nel Paese basco, addirittura protagonisti. Eppure si ha l’impressione che i lettori spagnoli abbiano letto “Patria” come se si trattasse del racconto di un periodo remoto, una pagina dolorosa di un passato lontano. E invece i Paesi baschi erano così fino a meno di dieci anni fa. La Spagna scopre soltanto ora un così vivo interesse letterario per un tema che riscuoteva un successo enormemente inferiore in libreria proprio negli anni in cui avrebbe dovuto essere percepito come più urgente, presente e scandaloso. Questo è uno dei paradossi del Paese basco. Ma forse è proprio così che si manifesta il disgelo.

 

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Il 19 febbraio 2002 Eduardo Madina sale sulla sua Seat Ibiza. Ha compiuto da poco ventisei anni e da quando è un ragazzino è iscritto al Partito socialista. E’ stato eletto consigliere comunale a Sestao, nell’hinterland di Bilbao, ed è un giocatore professionista di pallavolo. Eduardo Madina sale e mentre guida l’auto esplode. E’ un attentato di Eta. La bomba è stata collocata per uccidere, ma non è stata installata bene. E poi Eduardo Madina è molto alto e i suoi organi vitali sono lontani dal pianale del veicolo. Non muore, ma gli viene amputata buona parte della gamba sinistra. Fine della carriera sportiva. Eduardo Madina sarà poi parlamentare socialista e nel 2014 sarà sconfitto da Pedro Sánchez nella corsa per la leadership nazionale del Psoe. L’anno scorso Madina si è allontanato dalla politica attiva, ma soprattutto, per la meravigliosa rivista spagnola Jot Down, ha intervistato Fermín Muguruza, che è stato il cantante dei Kortatu e poi dei Negu Gorriak.

 

Muguruza è un’icona. E’ la star del cosiddetto rock radical vasco ed è la figura più rilevante di quella musica che per decenni ha accompagnato il percorso dell’indipendentismo basco – una musica che è stata la colonna sonora di un intero mondo e non soltanto di Eta, ma che è stata anche la colonna sonora di Eta. Al punto che in molte città spagnole i concerti di Muguruza sono stati spesso proibiti dalle autorità politiche locali, alimentando accuse di censura, mentre estremisti di destra progettavano attentati proprio durante un’esibizione del musicista basco. Da questa conversazione tra Eduardo Madina e Fermín Muguruza, che sarebbe stata impensabile pochi anni fa, emergono due vite diverse, anzi opposte. Eppure, anche se Muguruza ha tredici anni più di Madina, entrambi hanno vissuto nello stesso periodo nello stesso Paese basco e, nel corso dell’intervista, la comunanza di esperienze, sensazioni e orizzonti, pur quasi del tutto inespressa, si mostra evidentissima. Muguruza e Madina hanno vissuto ciascuno in una diversa metà di un mondo diviso da un muro di odio, ma quel mondo ero lo stesso per entrambi. Tanto che Madina introduce la sua prima domanda con queste parole: “Per molti della mia generazione è quasi impossibile ricordare la propria gioventù senza la tua musica di sottofondo”. Per molti spagnoli questa è una frase folle, se a pronunciarla è una vittima di Eta, e molti hanno sostenuto che Madina, con questa intervista a Muguruza (che ora è diventata anche una graphic novel di Alfonso Zapico, intitolata “Los puentes de Moscú”), si sia rivelato una vittima della sindrome di Stoccolma. Ma nel Paese basco, anche nei pressi della “linea del fronte”, le persone dall’una e dall’altra parte della barricata non erano sempre così lontane e nell’intervista si scoprono infatti intrecci sorprendenti. Soltanto ora si possono ammettere ed esprimere. E forse è proprio così che si manifesta il disgelo.

 

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I terroristi di Eta e i loro tirocinanti e fiancheggiatori, che animavano la kale borroka, la guerriglia di strada, incendiando autobus e bancomat e coprendo i muri dell’intero Paese basco di manifesti e di scritte indipendentiste, hanno sempre avuto un referente politico. Il partito, più volte illegalizzato, ha cambiato mille e una denominazione. Possiamo chiamarlo Batasuna (Unità), che è forse il suo nome più longevo. Batasuna ha avuto alterne fortune elettorali e ha sempre avuto diversi gradi di radicamento nel Paese basco. Ci sono numerosi piccoli paesi in cui i voti per gli hardliner dell’indipendentismo si sono sempre avvicinati al 100 per cento, anche nei periodi delle peggiori mattanze, ma di norma, nei periodi di sospensione o di riduzione dell’attività terroristica, Batasuna è riuscita ad attrarre nella sua orbita anche forze più moderate e a raccogliere un numero di voti maggiore del consueto. Poi la tregua saltava e i voti calavano di colpo. E questo non stupisce. Eppure, in anni più recenti questa correlazione tra tregua e aumento dei voti per Batasuna si è inceppata. L’annuncio della cessazione definitiva delle azioni armate ha portato, nell’immediato, un’effimera fiammata di consenso nelle urne per Batasuna, che ora si chiama Bildu e ha di fatto inglobato molte altre sigle più moderate. Poi però è iniziata un’emorragia di consensi. Anzi, ora che la pace è consolidata ed è apparentemente irreversibile ecco che in quasi tutta Euskal Herria il consenso elettorale per l’ormai normalizzato e assai più potabile partito della sinistra abertzale è proprio in fase di crollo – rimangono fedeli alla linea soltanto quei piccoli paesi in cui i voti per gli hardliner dell’indipendentismo sia avvicinavano al 100 per cento, e continuano ad avvicinarsi al 100 per cento. Quando ancora sparavano le pistole, esplodevano le bombe e ogni anno morivano decine di persone, la tribù era quindi più coesa: seppur in larga parte sfiancata, al dunque la comunità della sinistra abertzale, chiudeva gli occhi, si stringeva a coorte e votava in massa per i suoi. Invece ora c’è la pace. Gli elettori che appartengono al mondo dell’indipendentismo radicale, e che hanno sempre votato Batasuna anche nei momenti più bui, non dovrebbero quindi più avere alcuna remora di coscienza nel votare i propri rappresentanti naturali. E invece si assiste a un rompete le righe. La tribù si sfalda. E molti voti finiscono a Podemos o nell’astensione. E’ un altro paradosso del Paese basco. Ma forse è proprio così che si manifesta il disgelo.

 

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Sergio del Molino ha quasi quarant’anni ed è uno dei migliori scrittori spagnoli della sua generazione. Il suo ultimo libro, “La mirada de los peces”, di cui non c’è ancora una traduzione italiana, non parla del Paese basco, ma di Saragozza in Aragona, la città in cui è cresciuto l’autore. Nella parte del libro in cui si racconta un’adolescenza saragozzana alla metà degli anni Novanta, ci sono però alcune pagine che spiegano benissimo, da fuori, come l’indipendentismo basco, anche quello violento, abbia rappresentato da solo, e fino agli anni Novanta inoltrati, buona parte del ribellismo antisistema della sinistra stradaiola e okupa dell’intera Spagna, quell’onda lunga degli anni Settanta che anche in Italia ha sciabordato perlomeno fino al 2000. E leggendo queste pagine del libro ci si rende conto di come tutto sia nel frattempo cambiato. Sergio del Molino racconta che a metà degli anni Novanta, come in migliaia di altri quartieri di tutta Europa, nel quartiere popolare di San José, a Saragozza, ad almeno duecento chilometri dal Paese basco, molti ragazzi si riconoscevano in una sinistra extraparlamentare e gruppettara, “una sinistra che ci permetteva di essere anarchici kropotkiani alla mattina e stalinisti albanesi alla sera, e nel cui pantheon stavano, senza disarmonia, Durruti, Allende, il subcomandante Marcos, i sandinisti, Lenin, Mao e, per noi che passavamo per colti, Neruda e Pasolini. In questa chiesa c’era anche una cappella per Eta. Nel 1996, la cappella era vuota. Qualcuno aveva ritirato le immagini sacre e quasi nessuno si azzardava ad andarci a pregare sotto gli occhi di tutti, ma molti si rifiutavano di chiuderla o di consacrarla a un altro santo. In pubblico, Eta era indifendibile. Aveva smesso di esserlo alla fine degli anni Ottanta, quando fece le grandi stragi. Però, in privato, a seconda delle notti e delle compagnie, tutto suonava più ambiguo e scherzoso”. Questo succedeva, peraltro, anche nel resto d’Europa: il simbolo dell’Eta e i parafernalia dell’Ira irlandese erano un’infiorescenza sempreverde delle bacheche antagoniste di tutto il continente. Ecco, adesso tra gli adolescenti indossatori di kefiah e odiatori di sbirri nel resto della Spagna, tra l’altarino per i mapuche e quello per i peshmerga, non c’è più da anni la cappella per Eta. O è stata demolita o è stata riconsacrata alla Cup, cioè alla Candidatura d’Unitat Popular, la frangia più a sinistra e più movimentara dell’indipendentismo catalano, che è però un gruppo politico del tutto pacifico. Certo, nelle strade del Paese basco rimangono le bandiere, i murales dedicati agli etarras, le eterne parole d’ordine tracciate sui muri, parole d’ordine che ora vertono quasi esclusivamente sulla richiesta di amnistia per i terroristi carcerati. Comunque, ora che non ci sono più morti, le scritte sui muri sono molto meno minacciose e sembrano quell’innocua ripetizione degli stessi slogan raffermi che si rinnova a ogni occupazione del liceo. Ovviamente, le vittime del terrorismo, e non soltanto loro, continuano a ritenerle offensive e vergognose, ma per molti sono poco più che una forma di arredo urbano. E forse è proprio così che si manifesta il disgelo.

 

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Nell’epoca del trionfo mediatico della Catalogna, nei mesi in cui il nome del presidente fuggiasco della Generalitat, Carles Puigdemont, è diventato più noto all’estero di quello del novanta per cento dei premier europei, che cosa hanno fatto e che cosa fanno gli indipendentisti baschi per la causa? Meno del minimo sindacale. Qualche tweet di solidarietà, qualche apparizione nelle manifestazioni di piazza a Barcellona, qualche bandiera estelada catalana appesa ai balconi di San Sebastián, Hernani o Mutriku, accanto al solito drappo bianco di ordinanza che recita “Euskal presoak etxera”, “Prigionieri baschi a casa”. Nessun contagio. Anzi: riflusso. Nei sondaggi, l’appoggio dei cittadini baschi alla (propria) indipendenza, oltre a essere molto, ma molto più basso di quello catalano, appare in mesto calo. Dopo i lunghi decenni in cui Eta ha asfissiato un’intera regione – mentre lo stato spagnolo, da parte sua, non scriveva nel Paese basco le pagine in più bella calligrafia della sua storia democratica – in riva all’Atlantico non sembrano per nulla interessati a dibattere né a favore dell’indipendenza né contro – e infatti il Paese basco è l’unica zona dell’intera Spagna sostanzialmente impermeabile alla crescita di Ciudadanos, che è per eccellenza il partito degli antisecessionisti. La società basca, sgelata dopo tanti anni in cui era rimasta prigioniera nel freezer di un conflitto sanguinario, del quale sembravano essere stufi da molto tempo addirittura i suoi stessi sanguinari perpetuatori, si gode la ripresa dell’economia e un turismo in gagliarda crescita. Intanto tutta la Spagna legge “Patria” e ride con “Fe de etarras”, il secondo film spagnolo di Netflix, una commedia nera su una cellula di Eta.

 

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Eta si avvia dunque a un’autodissoluzione che rappresenta il culmine, ormai irrilevante, di una sconfitta catastrofica. Il gruppo armato, che pure è stato così longevo, che pure ha goduto per più generazioni di un abnorme supporto sociale formatosi nella fase “eroica” della lotta antifranchista, che pure sembrava imbattibile anche quando da decenni si era avvitato in una sordissima e ciechissima mattanza che neppure i suoi più disciplinati correligionari riuscivano più a giustificare e in una gestione esclusivamente mafiosa del territorio e delle estorsioni, vorrebbe quantomeno emulare la fine dell’Ira irlandese. Eta puntava a un’uscita di scena negoziata, con delle cerimonie solenni per la consegna di armi, con l’intervento di illustri osservatori internazionali, con qualche misura straordinaria di amnistia. Per questo la dirigenza di Eta, o quello che ne rimane, insiste nel suo calendario, nel suo percorso a tappe verso l’annunciato e sempre dilazionato scioglimento. Ma la sceneggiatura scritta dagli etarra per la loro uscita di scena è piena di buchi. Lo Stato spagnolo, in sostanza, non si fila per niente le mosse di Eta. Quello francese, se le fila meno ancora. Le dismissioni degli arsenali e la supervisione da parte di garanti superpartes dello smantellamento dell’organizzazione non hanno sollecitato l’interesse di nessuno. E oggi lo scioglimento di Eta è a malapena una notizia. Perché è successo con molti, moltissimi, troppi anni di ritardo. E i Paesi baschi, per fortuna, non sono più famosi soprattutto per quella cosa lì, per un gruppo terroristico che ha fatto centinaia di morti.

 

Eta era un’organizzazione armata, indipendentista e terrorista, che nella sua storia ha ucciso più di ottocento persone. Nessuno dimentica, ma in dieci anni la regione basca si è trasformata, cresce e guarda altrove e dei nazionalismi fratelli, come quello catalano, non vuole nemmeno sentir parlare

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