Rispettare le sanzioni è criminale, dice Mosca. Ma un oligarca si piega

Micol Flammini

Roma. Trenta secondi di silenzio. Vladimir Putin cerca tra gli appunti il filo del suo discorso e non lo trova. Venerdì il presidente ha incontrato i rappresentati del Consiglio federale, la Camera alta del Parlamento, ma era distratto, svogliato. Doveva parlare delle nuove leggi, dei propositi del quarto mandato che verrà inaugurato lunedì prossimo. Inizia il discorso, si perde, balbetta e poi dice: “Scrivo proprio a zampa di gallina”. La maggior parte del pubblico ride, altri rimangono in silenzio. Nessuno aveva mai visto il presidente colto dallo smarrimento, ma d’altronde nessuno aveva visto il presidente tradito. Venerdì l’amico Oleg Deripaska ha annunciato la decisione di cedere il controllo della Rusal, la compagnia russa dell’alluminio, per evitare che le sanzioni americane distruggano la società e tra gli impeti di rabbia e i brividi di paura, il governo russo non sa come comportarsi. Le sanzioni che gli Stati Uniti hanno varato per colpire le “attività maligne” della Russia in Siria, in Ucraina e le interferenze nelle elezioni occidentali, stanno per far crollare la Rusal. La compagnia è il secondo produttore mondiale di alluminio e Oleg Deripaska è l’oligarca che ne detiene il controllo ed è anche uno degli uomini di Vladimir Putin. Il Tesoro americano, più che colpire la società, mira al miliardario per ferire il Cremlino e la scorsa settimana Steve Mnuchin, il segretario del dipartimento, ha detto che la Rusal può ancora salvarsi, a patto che Oleg Deripaska lasci la compagnia. E l’oligarca, benché il governo gli avesse prospettato la possibilità di nazionalizzare la società, ha accettato di dimettersi dal consiglio di amministrazione della En+, la holding quotata a Londra che detiene anche il controllo della Rusal. Dal 70 per cento, ha portato la sua partecipazione al 48, perdendo anche il diritto di nominare il board della compagnia produttrice di alluminio. Il Cremlino ora si trova di fronte a un grande dilemma: lasciare che la Rusal provi a salvarsi e tollerare le dimissioni di Deripaska o punire la compagnia che ha dimostrato al governo poca fedeltà. L’oligarca rappresentava all’interno della società anche gli interessi del Cremlino. Gli Stati Uniti vogliono che la compagnia rinnovi completamente il suo consiglio di amministrazione con uomini che non abbiano nulla a che vedere con la rete di Putin e la En+ è pronta ad accontentarli.

    

Il Tesoro americano non ha ancora fatto sapere se le sanzioni verranno revocate o ammorbidite. In un’intervista all’agenzia Reuters, un portavoce del dipartimento ha detto che la mossa non garantisce nulla, Deripaska ha solo diminuito la sua quota, non ha interamente rinunciato alla Rusal. Washington ha comunque ottenuto che una delle compagnie più fedeli al governo russo si piegasse alle sue volontà, d’altra parte se non avesse ceduto ai ricatti della Casa Bianca, la Rusal avrebbe dovuto rinunciare agli scambi internazionali e accontentarsi del mercato interno. In attesa della risposta del Tesoro, la En+ ha chiesto agli Stati Uniti una proroga alla scadenza del 7 maggio per la cessione o il trasferimento di capitale, debito o di altre partecipazioni nella compagnia. Senza questa estensione, la quotazione in Borsa della holding ne risentirebbe.

  

Dopo i trenta secondi di silenzio – i più lunghi della storia presidenziale di Vladimir Putin – il governo ha deciso di reagire. Non lo ha fatto il presidente, ma il primo ministro Dmitri Medvedev. Durante un’intervista sul canale Rossia 1 ha dichiarato che presto il rispetto delle sanzioni americane diventerà un crimine e la Duma, la Camera bassa, sta già lavorando alla legge che ne determinerà l’ammontare della pena. “Le sanzioni sono uno strumento ad hoc per minare il nostro sistema socio-politico, danneggiare i cittadini e la nostra economia”, ha detto Medvedev.

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