La strage di giornalisti a Kabul e la nostra libertà di stampa

Redazione

Volevano attaccare i giornalisti. La strage rivendicata dallo Stato islamico a Kabul ha fatto almeno venticinque morti, fra cui otto reporter e operatori dell’informazione. Il kamikaze si era travestito da reporter e si era mescolato tra la folla di cronisti accorsi sul luogo di un primo attentato suicida per testimoniare l’orrore e rilanciare le immagini di una guerra infinita. E si è fatto esplodere tra loro.

  

 

Tra le vittime ci sono almeno otto giornalisti e operatori dei media, tra cui il fotoreporter della France Presse, Shah Marai, autore di decine di servizi su quel conflitto. Assieme a Marai sono saltati per aria giornalisti e cameramen afghani di Tolo Tv e di altre emittenti tv locali. Nella regione di Khost, in un altro attacco, è stato ucciso anche Ahmad Shah, un reporter della Bbc.

 

Pochi giorni prima, Reporter senza frontiere ci aveva addotto sullo stato pietoso dell’informazione in occidente, piazzando l’Inghilterra, la patria della stampa e dove è nato il giornalismo, al quarantesimo posto dietro stati come Sudafrica, Cile e Lituania.

 

Queste classifiche indicano senz’altro un problema nello stato dell’informazione al tempo del populismo, dei big data e delle velleità censorie di certi esecutivi occidentali, oltre che degli atteggiamento di tanti tribuni. Ma, accostate al bollettino di morte arrivato da Kabul, queste classifiche ci ricordano quanto paradisiaca sia la situazione della libertà di stampa nell’esecrato occidente. Ok, democracy dies in darkness, come recita il Washington Post, ma si sta sempre meglio che sotto i fondamentalisti islamici. Tranne quando vanno a Parigi a sottoporre i nostri giornalisti al “trattamento afghano”.

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