Così in Nicaragua Ortega ha perso il controllo delle piazze

Maurizio Stefanini

A commentare col Foglio quel che sta accadendo in Nicaragua è Carlos Fernando Chamorro, direttore del settimanale Confidencial: “100.000 persone sono scese in piazza a protestare contro la repressione di Daniel Ortega. Per 11 anni tutte le manifestazioni di questo tipo sono state sistematicamente represse e soffocate, e spesso il governo organizzava anche una contro-marcia dei suoi sostenitori – spiega il direttore – Questa volta né la polizia, né i paramilitari del regime hanno avuto il coraggio di intervenire contro questa marcia, che è stata assolutamente pacifica e con grande partecipazione. Grazie alla protesta degli studenti, Ortega ha finalmente perso il monopolio del controllo sullo spazio pubblico e sulle piazze”.

  

Chamorro non è solo uno dei giornalisti più autorevoli del paese centroamericano, ma è anche l’erede di una famiglia che ha fatto la storia del Nicaragua. Suo padre era Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, il giornalista la cui uccisione scatenò la rivoluzione contro il regime dei Somoza. Sua madre è Violeta Barrios Torres de Chamorro, che alla testa dell’opposizione sconfisse i sandinisti alle presidenziali del febbraio 1990. In quello scontro i quattro figli si divisero: due si schierarono dalla parte della madre, due con Daniel Ortega. E con Ortega stava in particolare Carlos Fernando, direttore del giornale sandinista Barricada. Da ricordare che tra il 1985 e il 1990 il vicepresidente di Ortega era stato Sergio Ramírez, lo scrittore premiato col Premio Cervantes che ha dedicato la riconoscenza “alla memoria dei nicaraguensi che in questi ultimi giorni sono stati assassinati nelle strade per reclamare giustizia e democrazia, e ai migliaia di giovani che continuano a lotta, senza altre armi che i loro ideali, perché il Nicaragua torni ad essere Repubblica”.

  

Potete spiegare che è successo a Ortega, voi che gli eravate vicini?

“Durante la Rivoluzione Ortega non era il leader – dice Chamorro – Era parte di una direzione collettiva. È stata la crisi del Fronte sandinista che ha provocato la deriva caudillista. Nel 1995 Ramírez e altri infatti uscirono dal fronte per fondare il Movimento di rinnovamento sandinista, un partito di sinistra democratica che purtroppo non ebbe successo. Il Fronte sandinista a quel punto è degenerato in una macchina burocratica al servizio di un leader che ha selezionato i suoi consiglieri nella sua cerchia ristretta. Ha avuto un ruolo sempre più forte la moglie, Rosario Murillo, che l’ha coperto di fronte alle accuse di stupro della figlia adottiva Zoilamérica. Non è molto diverso quello che è successo nello Zimbabwe con Robert Mugabe”.

  

Ha avuto un ruolo l’esempio caudillista di Chávez?

“Non direttamente, non nel senso di orientare verso certe direzioni. Però ha avuto un ruolo determinante nel momento in cui ha iniziato a fornirgli 500 milioni all’anno. I 4 miliardi di dollari che Chávez ha dato a Ortega gli hanno permesso di disporre di un secondo bilancio con cui ha comprato il consenso del popolo e degli imprenditori”.

  

Il Nicaragua e il Venezuela sono ora legati anche dalla protesta popolare…

“C’è però un’importante differenza. In Venezuela la protesta è stata organizzata e convocata da una coalizione di organizzazioni e partiti politici, in Nicaragua è stata spontanea. Tuttora non si è dato né una leadership chiara, né obiettivi precisi”.

 

E questo può essere un paradossale punto di forza?

“Non possiamo saperlo ancora, perché tutto sta appena cominciando. Quello che posso dire è che il governo non ha ancora dato alcun segnale chiaro di ammissione delle sue responsabilità. Ortega ha ritirato la riforma previdenziale contestata, ma sembra che pensi di gestire questa crisi come ha fatto per tutti gli altri problemi degli ultimi anni, limitandosi a convocare gli imprenditori per discutere di qualche aggiustamento. Non basta. Qua ci sono stati 28 morti. Le loro famiglie stanno reclamando che si faccia chiarezza sul crimine e che si faccia giustizia”.

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