Anche gli armeni si arrabbiano

Doveva essere una delle rivoluzioni colorate nel Caucaso, invece è stata la rivoluzione di velluto di Erevan. L’ex presidente armeno Serzh Sargsyan si è dimesso dopo undici giorni di proteste contro il suo tentativo di rimanere al potere con un incarico da primo ministro. Modificando la Costituzione, il leader, al potere da dieci anni, si sarebbe assicurato un altro mandato, imitando così il valzer di cariche che l’amico Vladimir Putin aveva messo in atto nel 2008 per assicurarsi la permanenza al Cremlino. Ma gli armeni, che hanno la rivolta nel sangue, non hanno gradito. Sono scesi in strada, si sono fatti arrestare e hanno convinto la polizia a stare dalla loro parte.

 

In Armenia ha vinto la piazza e dopo l’arresto del leader dell’opposizione Nikol Pashinyan, l’ex presidente si è dimesso. “E’ l’ultima volta che vi parlo in veste di capo del governo – ha detto – Nikol Pashinyan aveva ragione, io avevo torto”. Un piccolo schiaffo al Cremlino, un occhiolino appena accennato a Unione europea e Stati Uniti. Le dimissioni sono arrivate il giorno prima delle commemorazioni del genocidio armeno e serviranno, forse, a evitare che i cortei celebrativi si trasformino in scontri contro il governo. La decisione è in linea con il lavorio diplomatico che Erevan porta avanti dal 1991 per garantirsi la sopravvivenza.

 

L’Armenia vive sigillata tra due frontiere ostili, quella con la Turchia e quella con l’Azerbaigian. Con Ankara ci sono dei contenziosi storici, dopo un’iniziale apertura Erdogan ha sempre negato il genocidio; con Baku le contese sono territoriali e hanno a che vedere con la regione del Nagorno Karabakh, la culla della civiltà armena ma attualmente sotto il controllo azero. L’Armenia vive nella costante necessità di difendersi, o meglio di farsi difendere e negli anni è riuscita a essere contemporaneamente filorussa, europeista, atlantista e filoiraniana. Un equilibrismo sofisticato che le ha permesso di accogliere una base militare russa e di entrare nell’Unione economica euroasiatica senza rinunciare agli investimenti americani, alla Partnership for peace della Nato e ai rapporti di partenenariato globale e rafforzato con l’Ue. Per ragioni politiche, economiche e culturali Erevan non sceglie tra Mosca e Washington, rimane in punta di piedi tra l’est e l’ovest seguendo sempre e solo la ragion di stato che probabilmente ha dettato anche le dimissioni di Sargsyan. Gli armeni amano la piazza, manifestano, contestano e spesso ottengono. Così è stato nel 2012 con la rivolta contro la speculazione edilizia nei parchi, nel 2013 contro il rincaro dei trasporti e due anni dopo contro quello sulla bolletta della luce. La piazza vinse anche allora, sempre contro Sargsyan e il governo armeno consci probabilmente che le rivolte indeboliscono il paese, lo espongono a interventi esterni e potrebbero costringerlo a fare la scelta tra est e ovest che l’Armenia proprio non vuole fare.

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