Tre passi nel delirio con un governo putiniano e trumpiano

Giuliano Ferrara

La pace è una farsa tragica, vedi la Siria, ma anche la guerra non c’è male come farsa. Vero che la seconda guerra mondiale cominciò con otto mesi di tregua, dopo l’invasione della Polonia da parte di Hitler. Ora con Trump e Mattis si va per le spicce, ma tutti sono preavvertiti, i missili vanno in scena su Twitter, per tre ore fanno le stelle filanti sopra magazzini di stoccaggio, gli unici missili che contano sono il libro di Comey, che secondo Kakutani è uno scrittore di rilievo, e la grazia per Libby, che allude ad altre grazie. Grazie tante, missili pro forma, stop agli armamenti, voglio vedere il little rocket man coreano, e rientrare nell’accordo commerciale transpacifico. Ma che vogliamo commentare, il mondo è in preda al nulla. Bisogna aspettare novembre, quando si spera ci sia una maggioranza del Congresso per castigare Trump, ma non ci si può nemmeno giurare perché il nulla ha una sua efficacia.

 

Ora io capisco Putin, governare il nichilismo russo non è facile, ma i putiniani d’Europa? Quelli li capisco meno. L’uomo forte di Mosca trasmette energia, ma non bellezza. Impone la sua tattica e la sua furbizia, non l’intelligenza, la visione. Il suo torso nudo, i grandi pesci, le divise da cacciatore, il cavallo, il volto rifatto che sembra un tovagliolo, il dossier sulle puttane di Mosca al concorso Miss Universo, il kompromat e i siloviki, ma che c’entra tutto questo con la politica delle democrazie europee, per quanto esauste, con i nostri confini, con l’Unione, con la moneta che usiamo, con le alleanze che ci hanno fatto quello che siamo e ci proteggono sia pure con i Pompeo, almeno fino a novembre, Dio ne guardi? Mistero. Il putinismo di noialtri ha qualcosa di subliminale, sta al di sotto della coscienza, è un movimento debole della psiche, determina comportamenti inconsapevoli. E’ un po’ come la ruspa di Salvini, come le sue camicie stirate dalla Isoardi, come le cravatte di Di Maio, le sparate di Ale ai giornalisti che se la bevono a Perugia, il trumpismo da balera, sono tutte cose subliminali. C’è un modo per uscirne? L’oppio, forse. Oppure la lettura del libro di Comey. Chissà.

 

Ho provato quasi tutto, ma non una suite in un albergo di Mosca con le puttane che fanno la pipì l’una sull’altra e un bravo agente che filma ogni cosa, compreso l’arancione, non si sa mai. Comunque non ci credo. Non credo ai filmati, non credo che tutto possa finire così. Io sono per le cene eleganti, la lap dance, la gentilezza con le mantenute, il lettone di Putin, ma non per Putin, non per Trump. Non saprei come fare. Non per moralismo, non sia mai, e nemmeno per eleganza, non sia mai, per abitudine piuttosto, perché il mondo della politica a cui sono affezionato, a trent’anni o quasi dalla caduta del muro di Berlino, a cinquant’anni dal maggio francese, a nemmeno vent’anni dall’11 settembre, è sottilmente farisaico ma non è intriso della sottocultura del peccato. Bisogna saper essere cattivi, appassionatamente cattivi. Resistenti, non resilienti. La politica è la forma più alta di carità, lo diceva un Papa che ora faranno santo.

 

Ora però ci tocca un governo putiniano e trumpiano. Ce lo siamo scelto per equivoco. Ma sono equivoci che costano. Incombono immense maggioranze parlamentari. Ministri sulfurei. Magistrati al comando. Finisce l’era della corruzione, cioè della libertà. Si inizia la stagione losca dell’onestà. E tutto parte dal Nord peggiore, dal Sud peggiore. Le élite, felicemente disoneste, sono in ritirata. Sarà un delirio. Tre passi nel delirio.

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