L'intervento di Theresa May in Siria

Paola Peduzzi

Milano. Passare dal Parlamento o dare il via alla missione di rappresaglia contro l’utilizzo di armi chimiche in Siria senza sentire il parere dei parlamentari? Le democrazie occidentali alle prese con la guerra si trovano spesso di fronte a questa decisione, e a Londra in particolare la scelta pesa. Perché le pressioni sul governo sono già molto forti, perché c’è la ferita irachena che non si vuole rimarginare – anzi, appena si parla di dittatori e di interventi militari sanguina – e perché nel 2013, quando l’attacco al regime di Bashar el Assad era imminente (lo voleva il presidente americano, Barack Obama, dopo la strage chimica che uccise 1.300 persone) e gli aerei da guerra erano già pronti, il Parlamento bocciò l’operazione proposta dall’allora premier David Cameron. L’America stava già cambiando idea, restava prontissima soltanto la Francia di François Hollande (con una telefonata notturna, Obama gli disse: ferma tutto, blitz anti Assad abortito), e il voto contrario dei parlamentari britannici congelò lo slancio militare e umanitario, che non si sarebbe mai più ricostituito. Fino a ora: Theresa May appare cauta, forse un pochino recalcitrante, anche se Downing Street dice che Londra è pronta a fare quel che è necessario.

 

Ieri due giornali conservatori titolavano all’opposto: la May non vuole fare nessuna missione anti Assad, titolava il Times, e vuole aspettare che ci siano prove più certe sull’attacco chimico a Duma; la May ha parlato con Trump, titolava il Telegraph, ed è pronta alla missione congiunta con America e Francia. Alla nota cautela della May si aggiungono alcuni altri fattori: il primo è che il governo britannico ha appena ottenuto un appoggio diplomatico enorme nella sua offensiva contro la Russia per l’utilizzo del gas nervino a Salisbury. Se ora gli altri paesi chiedono sostegno in Siria dire di no è difficile. Certo, c’è una bella differenza tra espellere diplomatici russi e armare i Tornado per andare a bombardare la Siria, ma il punto qui è il fronte comune contro un nemico comune, non i mezzi che via via si utilizzano nella battaglia.

 

Il secondo elemento riguarda il voto parlamentare. In termini tecnici, la May può non passare dai Comuni, e molti le consigliano di non farlo: non ha la forza politica per sostenere uno scontro di questa portata. Però non presentarsi di fronte al Parlamento su una questione tanto rilevante come la guerra può rivelarsi altrettanto pericoloso. 

 

Secondo James Landale della Bbc, sempre beninformato sugli affari diplomatici, la May vuole che “le argomentazioni per l’intervento militare in Siria siano più esaurienti possibile. Vuole tutte le informazioni sull’attacco chimico a Duma, in modo che sia chiaro chi è il responsabile”. I filorussi ironizzano su questa richiesta della May: per il gas nervino a Salisbury si “è accontentata” di un’ipotesi “altamente probabile” per scatenare la rappresaglia contro la Russia e ora fa la puntigliosa sulla strage in Siria? Ma in questa irrisione frettolosa si dimenticano due elementi ai quali sta pensando la May, e ai quali pensano anche le altre cancellerie europee: bisogna elaborare una strategia che vada oltre l’eventuale raid delle prossime ore. Che cosa succede se Assad, una volta superata questa pioggia di missili che l’America ha promesso via Twitter, dovesse riutilizzare le armi chimiche? Questi interrogativi portano dritti all’obbiettivo principale: l’alleanza internazionale contro Assad vuole eliminare i depositi di armi chimiche (così ha annunciato l’Eliseo) e la missione è al momento compiuta. La rappresaglia è imminente, ma non si vede al momento un cambio di strategia nei confronti di Assad. Però il tempo diventa importante, e non si riduce soltanto a una misura cautelativa, l’ennesima, di Theresa May.

 

Il tempo serve per comprendere che cosa è necessario per arrivare al risultato finale e a questo punto presentarsi inevitabilmente in Parlamento con un piano chiaro e argomentazioni forti. Ma il tempo serve anche a stabilire che genere di operazione militare gli alleati hanno in mente. Con i Tornado si è pronti in fretta, nella base di Akrotiri a Cipro, ma se Londra vuole dispiegare un sottomarino che porti missili Tomahawk, ci vorrà almeno una settimana. Al momento non ci sono sottomarini britannici nel Mediterraneo, e se arriveranno la May vuole avere il dossier pronto per convincere un Parlamento già poco disciplinato, e ostile alla guerra. Vale anche per l’opinione pubblica.

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