L’Europa può avere un ruolo chiave nella crisi siriana. Basta volerlo

Gianni Castellaneta

Siamo davvero vicini ad una svolta nella questione siriana? Un confronto del tipo di quello con l’allora Unione Sovietica per Cuba è attuale?

 

La fatidica linea rossa – l’utilizzo di armi chimiche contro l’inerme popolazione civile – sembra essere stata oltrepassata da Bashar el Assad in occasione dell’attacco contro Duma, sobborgo di Damasco, inducendo la Casa Bianca a programmare una azione militare. A dire il vero non sarebbe la prima volta che ciò accade, ma la riluttanza di Barack Obama aveva frenato in passato gli Stati Uniti che, nella speranza che i ribelli “buoni” avessero il sopravvento, erano sostanzialmente rimasti a guardare lasciando campo libero a Russia e Turchia (oltre che all’Isis).

  

Ora però la situazione è diversa. L’amministrazione repubblicana si è ormai insediata stabilmente nelle istituzioni e le circostanze sul territorio siriano non si sono ancora normalizzate. I fondamentalisti dello Stato islamico sono stati per il momento neutralizzati, ma la stabilità politica in Siria è ancora ben lungi dall’essere ripristinata, anche per l’errore  da parte delle potenze occidentali della Nato di non cercare di intavolare un dialogo con gli altri attori coinvolti e di predisporre una roadmap verso la pace e la transizione ordinata verso un nuovo regime politico in Siria.

  

Come ha ben sottolineato Ian Bremmer, una risposta da parte degli Stati Uniti sarebbe ora giustificata, dopo l’ultimo di una serie di attacchi con armi chimiche perpetrati da Assad in maniera indiscriminata contro la sua popolazione. L’attacco, però, non dovrebbe avvenire in maniera unilaterale ma con il sostegno e la partecipazione quantomeno degli alleati chiave della Nato. Israele ha già manifestato concretamente le proprie intenzioni attaccando con dei missili la base militare siriana di Homs. Tel Aviv sta cercando di sfruttare la finestra di opportunità che si è aperta e che può consentire di attaccare indirettamente anche l’Iran ed Hezbollah, i veri nemici di Israele.

  

L’Europa che fa? La Francia di Emmanuel Macron sembra in questo frangente l’alleato più affidabile, avendo offerto la propria disponibilità ad intervenire in una possibile operazione contro Assad e a difesa dei civili. Ma gli altri, e in particolare l’Italia, che intenzioni hanno? Purtroppo il nostro paese in questa fase si trova nell’impossibilità di prendere una decisione simile: Gentiloni è una lame duck e bisognerà attendere che un nuovo esecutivo sia finalmente in carica per elaborare una nuova strategia militare.

  

Non si dovrà però attendere troppo prima di comprendere che il dossier siriano è cruciale non soltanto per i nostri “doveri” di fidati alleati militari atlantici, ma soprattutto per il nostro interesse nazionale che ha nel Mediterraneo il suo fulcro. La Siria non deve essere terreno di spartizione di tre potenze regionali ma l’Ue e l’Italia possono dare un contributo importante per una soluzione negoziata tra tutti i protagonisti, tenendo conto dell’origine storica della Siria, della sua composizione sociale e religiosa, della pressione demografica rappresentata dai migranti per cause belliche o politiche. Non dunque un interventismo fine a se stesso ma nel quadro di una difesa dei nostri interessi e dei nostri obblighi internazionali. Mon “from behind” come proponeva Obama ma con un approccio “forward” vista l’importanza dello scacchiere mediorientale per il nostro paese.

  

Una dimostrazione di impegno da parte dell’Italia e dell’Europa per trovare una soluzione del conflitto potrebbe anche convincere gli Stati Uniti a rivedere la posizione di disimpegno mantenuta finora da Trump e allenterebbe il legame esclusivo ed a volte pericoloso con l’attuale governo israeliano e anche con parte del mondo sunnita (soprattutto l’Arabia Saudita). Potrebbe giovarne anche la ricerca di un equilibrio tra Arabia Saudita ed Iran che metterebbe fine alla pericolosa escalation militare in corso e consentirebbe a questi due paesi, che stanno attraversando una fase politica di trasformazione, di riprendere a dialogare come in passato anche se da posizioni contrapposte. L’Europa può avere un ruolo chiave per risolvere il puzzle siriano: basta volerlo.

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